![]() Primo sito di cattura e stoccaggio geologico della CO2 in Italia Il primo impianto pilota per la cattura e stoccaggio della CO2 sarà realizzato dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in collaborazione con l'ENEL (ENEL Ricerca di Pisa). Il reservoir di stoccaggio potrebbe essere un acquifero salino in sicurezza entro costa o subito fuori costa nel Mar Tirreno oppure il deposito carbonifero profondo di Ribolla, dove si stanno valutando le potenzialità ECBM (Enhanced Coal Bed Metane). Nel primo caso si parla di una potenzialità di stoccaggio di CO2 nell'ordine delle decine o centinaia di milioni di tonnellate, mentre nel secondo caso di quantità molto inferiori. Lo ha annunciato il presidente dell’Ingv, Professor Enzo Boschi a margine del convegno mondiale sui cambiamenti climatici in corso a Nairobi (Kenya). La anidride carbonica (CO2) di origine industriale, quella cioè che viene dall’uso di tutti i combustibili fossili (metano, petrolio e carbone), contribuisce in modo sostanziale ai cambiamenti climatici accumulandosi in atmosfera e provocandone il surriscaldamento o effetto serra. La cattura e lo stoccaggio geologico della CO2 (in inglese « carbon capture and storage », CCS) è quindi uno strumento importante per la lotta ai cambiamenti climatici ormai in corso, in quanto risolve alla radice il problema delle emissioni di questo dannoso gas serra, evitandone l’immissione in aria e rispedendolo “al mittente” sottoterra, dove nel tempo si autosigilla diventando roccia. La dimostrazione dell’efficacia del CCS si deve al successo di numerosi progetti di ricerca in corso o conclusi in varie parti del mondo: tra di essi l’importante progetto “Weyburn”, in Canada, a cui ha partecipato l’Ingv. In attesa che la CCS sia inclusa tra le misure di contenimento delle emissioni di CO2 del protocollo di Kyoto, l’INGV e’coinvolto anche in tutti i progetti in fase di gestazione in Italia . Tra questi anche l’indagine conoscitiva di CESI Ricerca spa, sotto l’egida del Ministero dello Sviluppo Economico, per la stesura di un elenco di zone per lo stoccaggio della CO2 Tre sono i principali metodi per lo stoccaggio: l’iniezione in giacimenti semiesauriti di petrolio, l’iniezione in acquiferi salini profondi, e l’iniezione in strati profondi di carbone che non può essere estratto con miniere. La scelta di siti consigliati per quest’ultimo metodo risulta in qualche modo facilitata sia dalla sicurezza intrinseca del metodo (la CO2 si lega subito con il carbone al posto dell’eventuale metano, e il sigillamento risulta immediato), sia dal numero limitato di giacimenti di carbone esistenti in Italia, i maggiori dei quali sono quello del Sulcis in Sardegna e secondariamente quello di Ribolla in provincia di Grosseto. Entrambi i siti sono stati indicati come i primi italiani in cui verrà effettuato lo stoccaggio geologico della CO2 nel carbone profondo. Uno si trova in Sardegna, a ridosso delle miniere di carbone del Sulcis, dove il carbone è troppo profondo per essere estratto, e l’altro è localizzato a sud del campo geotermico di Larderello (Gr), dove si usa vapore naturale (con impurità di CO2) per la produzione di energia elettrica. In entrambi i casi, sia Ribolla che Sulcis, poiché nei giacimenti di carbone si trovano di solito quantitativi anche commercialmente interessanti di gas metano, si spera prima di poter estrarre e utilizzare questo gas e poi di immettere la CO2, che faciliterebbe l’estrazione del metano residuo. Si tratta di due importanti progetti pilota che intendono portare il nostro Paese sul fronte più avanzato degli studi finalizzati ad eliminare l’anidride carbonica prodotta da impianti industriali per la generazione elettrica - spiega il Prof Enzo Boschi, presidente dell’INGV - . L’Italia, dopo avere attivamente partecipato al grande progetto internazionale di Weiburn di stoccaggio della CO2 in Canada, passerà a sperimentare direttamente le tecnologie di sequestrazione e di stoccaggio geologico di questo gas serra, a tutto vantaggio dell’ambiente”. Il progetto ECBM SULCIS, il maggiore dei due, è centrato sulla miniera di carbone dell’omonima località sarda, la cui gestione è attualmente in fase di passaggio della Regione Sardegna a privati. La Regione Sardegna intende valorizzare il sito con la costruzione di una innovativa centrale elettrica alimentata dal carbone del Sulcis, le cui emissioni di CO2 verranno direttamente iniettate nella parte profonda e non altrimenti sfruttabile dei giacimenti sottostanti, oltre gli 800 mt di profondità. Il progetto ECBM RIBOLLA (dal nome della vecchia miniera di carbone che ha cessato l’attività circa 50 anni fa), invece, è legato alla possibilità di imbrigliare le attuali emissioni di CO2 prodotta nel campo geotermico di Larderello, che tuttavia non sono enormi: circa il 4% del vapore estratto, spiega il Dott. Roberto Bencini, ricercatore e specialista a livello mondiale del settore. “A Ribolla, il deposito geologico in cui sarà iniettata la CO2 consiste in un giacimento di carbone che scende fino oltre gli 800 mt di profondità, che sarà preventivamente privato del metano contenuto nel carbone stesso per fare spazio alla CO2. Questo processo preliminare di estrazione del metano avra’la durata di alcuni anni”. Dei due progetti partirà per primo quello di Ribolla poiché i quantitativi di stoccaggio previsti sono di moderata quantità e quindi più facili da trattare. Attualmente, nel mondo, i tre maggiori impianti trasformati in laboratori salvaclima sono quelli di Weyburn in Canada, Sleipner in Norvegia e In Salah in Algeria. Ciascuno di essi riesce a disfarsi, ogni giorno, di 3-5 mila tonnellate di CO2.
Nairobi, 14 novembre 06 |
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