Etna 2004-2005: un’eruzione “passiva” che aiuta a capire anche l’attività attuale del vulcano


E’ da circa un decennio che l’Etna dà di se un’immagine vivace e spettacolare, alternando attività esplosive ed effusive spesso molto complesse per dinamiche e caratteri strutturali. L’attività eruttiva degli ultimi mesi, che segna la riapertura del condotto del Cratere di Sud-Est (uno dei quattro crateri sommitali del vulcano) dopo circa 5 anni di stasi, è figlia proprio del complesso assetto strutturale di questo vulcano.

Ma per meglio comprendere l’attuale attività dell’Etna occorre tornare indietro di alcuni anni, ricostruendo lo stato dello stress interno all’apparato che guida i processi intrusivi e le risalite magmatiche nei condotti.

L’eruzione avvenuta tra il 7 Settembre 2004 e l’8 Marzo 2005 non è certo ricordata tra le più eclatanti. Praticamente “scompare” se confrontata con le due grandi eruzioni che l’hanno preceduta nel 2001 e nel 2002-2003, caratterizzate da vivaci dinamiche eruttive e di grande impatto sul territorio. Eppure si tratta di un evento ugualmente importante, perché è avvenuto quasi “silenziosamente”, non accompagnato da alcun segnale precursore evidente, come invece è accaduto spesso nei periodi pre-eruttivi precedenti. E questo ha promosso filoni di ricerca importanti e dai risultati inediti e per certi versi sorprendenti.

La frattura eruttiva si è sviluppata alla base orientale del Cratere di Sud-Est, propagandosi verso Sud-Est per quasi 2 km. In generale, questo è uno scenario comune all’Etna, quando la pressione del magma nel condotto centrale aumenta fino a spaccare le rocce incassanti, promuovendo l’apertura di fratture che si irradiano dal condotto verso la periferia del vulcano. Solitamente, questo tipo di fratture si completa nell’arco di 24-48 ore, dopo di che le bocche eruttive si stabilizzano in una determinata posizione.

Nel settembre 2004, però, la propagazione delle fratture è stata molto più lenta, durando circa una settimana, e questo lento procedere non è stato accompagnato da alcun terremoto rilevabile dalla fitta rete sismica dell’INGV. Inoltre, la cinematica leggibile nel campo di fratture indicava una chiara componente di movimento obliqua destra. Infine, la lava che emergeva dalle bocche eruttive era quasi priva di gas e difatti non produceva alcuna attività esplosiva rilevante. Anche questo era un dato importante, perché indicava che il magma eruttato era già “degassato”, cioè risiedeva da qualche anno nel condotto del Cratere di Sud-Est.

Queste tre osservazioni fondamentali (la lenta propagazione delle fratture, il loro arrangiamento strutturale e l’assenza di attività esplosiva), suggeriscono che il trigger dell’eruzione non è stato determinato semplicemente dalla risalita di masse magmatiche nel condotto centrale. Ma allora, cosa ha innescato l’eruzione?

La risposta a questo quesito si trova indagando la più recente storia deformativa dell’area sommitale dell’Etna. Sin dal 1998 il bordo orientale del Cratere Centrale è stato segnato da vistosi sistemi di fratture beanti orientati prevalentemente in senso N-S. Dal 1998 al 2001 queste fratture si sono progressivamente allargate ed estese verso Nord-Est e verso Sud-Est, fino a tagliare il fianco occidentale del Cratere di Sud-Est. Nel 2004-2005 la porzione meridionale del sistema di fratture ha superato il Cratere di Sud-Est tagliando anche il suo fianco orientale e generando le bocche eruttive del Settembre 2004.

Complessivamente si tratta, quindi, di un fascio di fratture esteso per oltre 6 km, che interessa l’intera area sommitale del vulcano. E’ stato questo sistema di fratture ad intercettare il condotto del Cratere di Sud-Est e ad “estrarre” il magma ivi contenuto, innescando l’eruzione. Insomma, quella del 2004-2005 è l’archetipo di un’eruzione “passiva”, avvenuta non tanto per un imput magmatico proveniente dal profondo del vulcano, quanto piuttosto per una causa esterna, indipendente dal sistema di alimentazione del vulcano.

In senso più ampio, questo complesso sistema di fratture è riconducibile alle deformazioni che interessano il fianco orientale e meridionale dell’Etna. Questi fianchi del vulcano “collassano” molto lentamente verso Est e verso Sud, generando l’apertura di fratture nell’area sommitale del vulcano, che corrispondono ad aree in forte estensione, come delle “nicchie di distacco” di immense frane. Questa ipotesi è stata anche confermata dall’analisi delle deformazioni di modelli analogici del vulcano ricostruiti in laboratorio.

E’ questo il meccanismo che ha generato sia l’eruzione del 2004-2005, sia, almeno in parte, anche l’attività eruttiva dell’Etna di questi ultimi mesi, che ha visto la riattivazione delle fratture del Settembre 2004 e l’apertura di nuove fratture, tutte rispondenti ad un contesto deformantivo riconducibile allo stesso fenomeno di collasso.

In termini di hazard, questi processi deformativi non sono necessariamente pericolosi. Si tratta di processi lenti, che guidano l’apertura di una parte delle fratture eruttive, ma la loro entità e le modalità di apertura sono tali che il vulcano riesce a dissipare gradualmente la sua energia. Ben diverso sarebbe lo scenario nel caso in cui i condotti vulcanici fossero interessati da importanti risalite magmatiche. Esse potrebbero interagire con questi fenomeni deformativi ed accelerare i processi di collasso di fianco in atto, innescando eruzioni più importanti e potenzialmente molto più pericolose.

Marco Neri

Questo testo è basato sui risultati scientifici pubblicati in:

Neri M., Acocella V., (2006), The 2004-05 Etna eruption: implications for flank deformation and structural behaviour of the volcano. J. Volcanol. Geotherm. Res., 158, 195-206, DOI:10.1016/j.jvolgeores.2006.04.022.



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