Il vero e il falso sul terremoto-maremoto del sud-est asiatico

Deviazione dell’asse terrestre, continenti alla deriva, sobbalzi di intere isole: mentre a Giakarta è in corso il vertice per coordinare gli aiuti alle popolazioni colpite dal maremoto-terremoto del 26 dicembre scorso, la scienza ancora si interroga sulle dimensioni e gli effetti di questo cataclisma . Alle certezze scientifiche si sovrappongono vere e proprie leggende metropolitane che rimbalzano sui mezzi d’informazione creando confusione tra il pubblico. Per fare chiarezza sul vero e sul falso del terremoto asiatico abbiamo intervistato il professore Enzo Boschi, Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).

I terremoti sono prevedibili?

No. E’ possibile indicare soltanto le località soggette a ricorrenti crisi sismiche, cioè quelle in cui interagiscono le grandi placche terrestri, scontrandosi e accumulando tensioni sulla crosta. Non è possibile tuttavia sapere quando si scatenerà un terremoto ne’ di quale magnitudo sarà.

E i maremoti sono prevedibili?

Si, purché sia stata individuata la sorgente, che può essere un forte terremoto, una grande eruzione vulcanica o una frana capaci di imprimere energia alle masse d’acqua.

E’ vero che il terremoto del 26 dicembre è stato il più forte della storia recente?

Non è vero, terremoti altrettanto e ancora più forti ce ne sono stati cinque nel corso dell’ultimo secolo:
Kamciatka (Russia) 1952 magnitudo 9.0; Andreano Island (Alaska) 1957 magnitudo 9.0; Cile 1960 magnitudo 9.5; Alaska 1964 magnitudo 9.2.
L’eccezionalità del terremoto del 26 dicembre sta nella vastità delle devastazioni che ha provocato il maremoto.

Lo spostamento dell’asse terrestre provocato dal terremoto è un fatto eccezionale?

La Terra è un pianeta dinamico e il suo asse è soggetto a continui, piccoli spostamenti. Lo spostamento provocato dall’evento del 26 era stato preannunciato da noi all’Ingv. Di eccezionale c’è il fatto che poi è stato misurato e risulta equivalente a uno spostamento del Polo geografico di sei centimenti.

E’ vero che l’isola di Sumatra dopo il terremoto si è spostata di trenta chilometri?

No, ne’ di trenta chilometri, ne’ di trenta metri. E’ il piano della faglia che si è spostato di una trentina di metri, rompendosi nel corso del terremoto.

E’ vero che gli americani subito dopo il terremoto avevano preannunciato il maremoto catastrofico?

No, gli americani del Ptwc di Honolulu, subito dopo la scossa del 26, avevano parlato di un terremoto di magnitudo 8 senza un grande tsunami. In un secondo momento, rifacendo i calcoli, hanno capito che il terremoto era più grande ma hanno continuato a sottostimare la grandezza del maremoto, sembra tentando di allertare, senza successo, alcuni paesi come l’Indonesia.

E’ vero che la velocità del maremoto ha superato i 1000 km all’ora?

No, al massimo è arrivata a 800 km all’ora.

E’ vero che le navi vengono travolte dall’onda di maremoto?

No, se sono in alto mare, poiché l’onda è lunga decine di chilometri, le navi vengono soltanto alzate e abbassate di qualche metro ma senza subire danni, vengono travolte se sono in prossimità della costa.

Le barriere coralline sono andate distrutte per sempre?

E’ vero che sono andate distrutte dall’onda, ma questo tipo di distruzioni e di successive ricrescite rientrano nel loro ciclo naturale.

E’ vero che un sistema di monitoraggio dei maremoti nell’oceano Indiano non era stato fatto perché costava troppo?

Non è vero, perché l’India spende molto di più per programmi di ricerca spaziale e per missili e armi nucleari.

Questo disastro è stato amplificato dalla mancanza di priorità negli investimenti dedicati alla ricerca scientifica e tecnologica che dovrebbero privilegiare i progetti collegati alla sicurezza civile e alla prevenzione delle catastrofi naturali. Oggi si pensa ad esplorare i pianeti lontani, indubbiamente affascinanti, ma non dimentichiamo che l’onda assassina ha mietuto vittime proprio perché i bambini e la gente sulle spiagge avevano confuso quell’evento con qualcosa di soprannaturale, invece si trattava di un fenomeno figlio di un Pianeta che ci sta proprio sotto i piedi.


C.S. del 10 gennaio 2005



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Sai dello Tsunami? Raccontaci il tuo maremoto

Le testimonianze di coloro che il 26 dicembre scorso hanno assistito all’arrivo della devastante onda di maremoto nelle varie località del Sud-Est asiatico potranno diventare un prezioso elemento di ricerca scientifica grazie a un’ iniziativa dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv).
“ Attraverso un sito che compare da oggi nella home page del nostro Istituto: www.ingv.it, abbiamo pensato di raccogliere le informazioni di quanti, occasionali turisti e residenti, hanno potuto assistere all’abbattersi del maremoto sulle coste asiatiche”, spiega il Professor Enzo Boschi Presidente dell’Ingv.
“ In collaborazione con il professor Stefano Tinti del dipartimento di fisica dell’Università di Bologna, abbiamo preparato un questionario contenente una serie di domande sull’apparenza e gli effetti del fenomeno del tipo: dove ti trovavi al momento dell’arrivo del maremoto?; stavi guardando il mare?; quante ondate hai osservato?; sai stimarne l’altezza?; quali danni ha provocato l’ondata?”
Tutte queste ed altre informazioni serviranno a compilare un date base per ricostruire nei dettagli il manifestarsi del maremoto in funzione della tipologia delle coste investite, e i suoi effetti distruttivi.
Allo scopo di rendere più efficace la richiesta di collaborazione a persone che non sono specializzate in materie scientifiche e che di conseguenza potrebbero avere qualche remora nella compilazione del questionario, si è pensato di dargli un titolo ad effetto : “Sai dello Tsunami? Raccontaci il tuo maremoto”.
D’altra parte il target dei probabili compilatori del questionario sarà prevalentemente composto dalle migliaia di turisti europei che si trovavano nelle località di vacanze del Sud Est Asiatico, delle isole dell’Oceano Indiano e dell’Africa, e in parte anche dalla popolazione residente alfabetizzata che ha accesso a internet. Per garantire la massima diffusione dell’iniziativa la pagina su internet sarà edita in più lingue e pubblicizzata attraverso i mezzi di stampa in tutti i continenti.
“Tutte le testimonianze raccolte verranno elaborate da uno studio congiunto tra Ingv e Università di Bologna e verranno pubblicate su riviste scientifiche internazionali allo scopo di accrescere le conoscenze sulla dinamica dei maremoti”concludono Boschi e Tinti.


























ENGLISH VERSION

Witnesses accounts of the 26th December 2004 Indonesian tsunami can give their contribution to a scientific research project supported by the Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) .
“ We prepared, in collaboration with Prof. Stefano Tinti of the University of Bologna, an “ ad hoc” questionnaire available through a link from the home page of our Institute: www.ingv.it . The eyewitnesses of the tsunami can fill in our questionnaire in order to in gather accounts, of tourists and residents, on the characteristics and on the effects of the Indian-Ocean tsunami” , tells Prof.Enzo Boschi, President of the INGV.
“ The online form contains a series of questions about the effects of the phenomenon, like “where you were during the tsunami?”, “were you looking at the sea?”, “how many waves have you observed?”, “ Could you estimate the height of the wave?”, etc.”
These and other information will help to reconstruct the dynamics of the tsunami attack.
In order to address to people not familiar with scientific topics, we use for our initiative words meant for effect: “ Sai dello tsunami? Tell us your tsunami” .
The target of the initiative is mainly composed by the numerous European tourists that were on holidays in the area affected by the tsunami (such as Sumatra, Thailand, Sri Lanka, India, Maldive, Seichelles, Mauritius, etc). To widely spread this initiative, the internet page and the questionnaire itself will be translated in several languages and will circulate on media.
“ All the accounts will be analysed in a study carried out by the INGV and the University of Bologna and the results will be published on international scientific journals, in order to improve the present understanding on the tsunami dynamics”, say Prof .Boschi and Prof. Tinti.



Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
topazio@ingv.it



C.S. del 18 gennaio 2005


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KOBE – Monitoraggio di maremoti e terremoti nel Sudest asiatico, effetti del cambiamento climatico, disastri idrici, emergenza Africa, pericolo alluvioni, con questi temi si è aperta la seconda Conferenza mondiale sulla riduzione dei disastri che si tiene dal 18 al 22 Gennaio in una città giapponese che dieci anni fa fu teatro di uno dei più devastanti terremoti (6.9 scala Richter) dell’ultimo secolo: Kobe (6400 morti e 40.000 feriti).
L’obiettivo principale della Conferenza è di arrivare entro sabato prossimo all’approvazione di un piano d’azione contenente programmi concreti di difesa e prevenzione di ogni tipo di catastrofe sia naturale che tecnologica. I problemi sono sempre gli stessi: mancanza di risorse, conflitti locali, diffidenze tra alcuni governi, difficoltà di coordinamento.
Nonostante la pressione psicologica esercitata dal recente disastro del Sudest asiatico, il conseguimento di questi obiettivi non appare ne di facile ne di immediata attuazione.
La delegazione italiana presente a Kobe, composta da funzionari del Ministero degli Esteri, della Protezione Civile e da ricercatori, ha proposto una strategia in quattro punti d’azione: migliore comunicazione e coordinamento, affidamento delle operazioni ad un’unica unità di Protezione Civile, reti di avvistamento.
Ma il rischio maremoti è presente anche nel nostro Mediterraneo e per affrontarlo lo scienziato Enzo Boschi, Presidente dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ha annunciato un progetto di monitoraggio dell’intera area attraverso una rete integrata di sismografi, boe intelligenti e mareografi.
“ L’Istituto ha avuto la lungimiranza di realizzare una rete sismica fuori dalla nostra penisola che comprende oltre 25 sismografi nei paesi vicini. La rete si chiama Mednet dalle iniziali di Mediterranean Network e potrebbe funzionare già da sistema di allerta maremoti quando segnala terremoti di grande energia che avvengono in mare”, spiega Boschi.
“In questi giorni ho proposto al Ministro Letizia Moratti e agli altri Ministri della Ricerca dei Paesi del Mediterraneo di affiancare a Mednet una quarantina di boe galleggianti e mareografi al fine di raffinare e rendere più efficiente il sistema d’allarme. La proposta è stata accolta con interesse e speriamo di realizzarla in termini brevi”.
Certo bisogna tenere presente, sottolinea il professor Boschi, che il Mediterraneo è un bacino piccolo e che pertanto i tempi di allerta sono necessariamente ridotti, al massimo un’ora, considerata l’elevata velocità con cui viaggiano le onde di maremoto (400-600 km/h).
Al vertice sui disastri di Kobe è stata anche annunciata una ricerca congiunta tra INGV e Università di Bologna per studiare le caratteristiche fisiche e dinamiche dell’onda di marea che ha colpito il sudest asiatico: “Abbiamo pensato di raccogliere attraverso un questionario che da oggi è inserito nel sito www.ingv.it le testimonianze di tutti coloro che hanno assistito al fenomeno, sia turisti che gente del posto”, spiega la Dottoressa Alessandra Maramai studiosa di tsunami. Il questionario è pubblicato in diverse lingue in modo che possa essere compilato non solo dagli italiani ma anche da tutti gli altri cittadini del mondo che si trovavano in quelle località.


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
topazio@ingv.it


C.S. del 21 gennaio 2005



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SPECIALE UNO - L’emozione suscitata dal grande maremoto del Sudest aveva fatto sperare che tutti si fossero convinti della necessità di creare un efficiente sistema di monitoraggio dell’intero pianeta. Il fallimento della Conferenza ONU sulla riduzione dei disastri, tenutasi a Kobe nei giorni scorsi, mostra invece che burocrazia internazionale, miopia politica, e una sostanziale ignoranza avranno ancora una volta il sopravvento sul buonsenso. Il buonsenso ci dice che la Terra è un sistema unico e indivisibile nelle sue manifestazioni.
I grandi terremoti, i movimenti periodici delle masse d’aria atmosferiche e lo scioglimento delle calotte glaciali, producendo uno spostamento di massa, influiscono sull’asse di rotazione della Terra e sulla lunghezza del giorno. Le grandi eruzioni vulcaniche, immettendo ingenti quantità di aerosol nella stratosfera, producono una diminuzione della temperatura media alla superficie terrestre, con effetti sensibili sul clima globale. Una corrente d’acqua calda denominata El Niño, che si forma annualmente nell’Oceano Pacifico, se accompagnata da particolari condizioni meteorologiche, è in grado di provocare una vasta perturbazione climatica, che ha conseguenze sulla distribuzione della fauna ittica e sul regime delle precipitazioni e dunque su importanti attività umane quali la pesca e l’agricoltura.
Lo studio degli altri pianeti del Sistema solare, reso possibile negli ultimi tre decenni dall’invio di sonde spaziali, ha mostrato l’unicità della Terra anche rispetto ai pianeti ad essa più simili per dimensioni e distanza dal Sole. La differenza più marcata è il fatto che sulla Terra sono esistite creature viventi per più di tre miliardi di anni e che tali creature si sono evolute, nel corso di questo lunghissimo periodo, dai più semplici organismi unicellulari alla mirabile diversità delle forme di vita complesse che possiamo osservare oggi.
Poiché l’acqua è essenziale per il metabolismo e la riproduzione degli esseri viventi, la sopravvivenza e l’evoluzione della vita sulla Terra rappresentano una evidenza convincente del fatto che il nostro pianeta ha sempre goduto di una temperatura alla quale l’acqua presente sulla sua superficie è potuta rimanere in gran parte allo stato liquido.
Se gli oceani non fossero presenti, parecchie delle caratteristiche che hanno reso la Terra unica nel suo genere, consentendo la nascita della vita e la sua evoluzione, non potrebbero esistere. Ad esempio, la presenza nell’atmosfera terrestre di una quantità relativamente modesta di anidride carbonica deriva dalla circostanza che quasi tutta l’anidride carbonica, che si è prodotta durante l’esistenza del pianeta, è stata inglobata nei sedimenti oceanici sotto forma di calcare o come carbonio di origine organica prodotto per fotosintesi a partire dall’anidride carbonica atmosferica. In questo modo, la Terra ha potuto evitare un effetto serra cumulativo che l’avrebbe resa molto simile a Venere.
La presenza di ossigeno libero sarebbe impossibile se il carbonio organico prodotto per fotosintesi non fosse stato "bloccato" nei sedimenti oceanici, lasciando l’ossigeno nell’atmosfera. A sua volta, l’ossigeno è essenziale per l’esistenza dello strato di ozono nella stratosfera, senza il quale mancherebbe lo schermo alla radiazione ultravioletta e la vita sarebbe impossibile. Infine, la maggior parte degli animali terrestri o marini non esisterebbe se non fosse per il vigoroso metabolismo consentito dalla presenza dell’ossigeno nell’atmosfera. Inoltre, l’acqua allo stato liquido e l’anidride carbonica, agendo insieme, trasformano per degradazione le rocce in argille e in altre sostanze solubili che contengono gli elementi nutritivi essenziali per le piante.
Tutto questo porta a concludere che lo svolgimento di questi processi deve essere in qualche modo controllato da altri processi fisici, talvolta meno evidenti: altrimenti la vita non potrebbe sussistere. Ad esempio, l’ossigeno è una necessità per la vita animale in quantità moderate, ma in concentrazioni elevate risulta tossico. Se l’ossigeno continuasse ad accumularsi nell’atmosfera, gli incendi ed altri tipi di rapida ossidazione distruggerebbero tutti gli esseri viventi. Se la materia organica continuasse ad accumularsi nei sedimenti marini profondi, tutti i materiali nutritivi prodotti dalla degradazione del suolo tornerebbero alla fine in forma insolubile e le piante morirebbero. Analogamente, se i sedimenti calcarei continuassero ad accumularsi negli oceani, senza un afflusso compensatore di anidride carbonica proveniente dalle dorsali oceaniche e da altri vulcani, la concentrazione dell’anidride carbonica atmosferica potrebbe diventare così bassa da rendere impossibile la fotosintesi.
Si arriva così al processo fondamentale che avviene sulla Terra, la tettonica delle placche, cioè il continuo rimescolamento all’interno della Terra dei materiali che costituiscono la superficie del pianeta e la loro riapparizione lungo le dorsali oceaniche e nei vulcani. Questo processo di rinnovamento geologico, che forse esiste solo sulla Terra, è probabilmente essenziale per la persistenza dell’ambiente favorevole che ha permesso alla vita di nascere e di evolversi. I movimenti che hanno luogo nelle profondità della Terra sono all’origine del moto delle placche superficiali e inoltre generano il campo magnetico che scherma parzialmente il nostro pianeta dall’ambiente ostile dello spazio.
Il contesto di questo ambiente favorevole alla vita è la posizione astronomica della Terra. Se il nostro pianeta fosse più piccolo, non avrebbe potuto trattenere un’atmosfera. Se fosse più vicino al Sole, gli oceani entrerebbero in ebollizione; mentre, se fosse più lontano, si congelerebbero. Se la sua orbita e l’inclinazione del suo asse di rotazione non fossero soggette alle lente fluttuazioni che conosciamo, quelle cicliche variazioni climatiche che hanno innescato importanti mutamenti evolutivi non potrebbero esistere. Se il Sole fosse più grande, non sarebbe vissuto abbastanza a lungo da permettere alla vita di evolversi fino a forme avanzate. Se invece il Sole fosse una stella binaria, sarebbe stato impossibile per la Terra possedere un’orbita stabile con condizioni pressoché uniformi.
Tuttavia, al di là della situazione astronomica, è l’attività interna della Terra che ha determinato la sua storia e la nostra. Uno degli obiettivi primari della geofisica oggi è proprio quello di comprendere i processi che avvengono all’interno della Terra, una sfera di seimila chilometri di raggio che rimane una delle parti meno conosciute dell’universo.
Numerose sono le domande che ci poniamo. Perché la tettonica delle placche esiste sulla Terra, ma non su Venere, che ha dimensioni e composizione simili? Quali sono le caratteristiche della Terra che rendono possibile il moto di convezione delle rocce che costituiscono il Mantello? Qual è la natura di questi moti convettivi e come varia nel tempo la loro velocità? E ancora: quali sono gli effetti alla superficie terrestre delle variazioni della velocità di convezione, in particolare per quanto riguarda la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera e dunque il clima e la vita stessa? E qual è l’effetto delle variazioni del campo magnetico?
La relazione più affascinante che ci si rivela oggi è proprio quella tra la tettonica delle placche e la vita, evidenziata dalla scoperta dell’esistenza di complessi ecosistemi di pesci, invertebrati e batteri in prossimità delle bocche eruttive sottomarine situate lungo le dorsali oceaniche. Un altro problema riguarda la risposta della Terra alle collisioni con asteroidi e comete che avvengono periodicamente, anche se a intervalli di tempo molto lunghi rispetto alla durata della vita umana. Tali collisioni hanno influito sull’evoluzione delle forme viventi, provocando estinzioni di massa e stimolando la rapida evoluzione di nuove specie.
Proprio perché la Terra è un oggetto unico e le sue varie parti sono in continua interazione tra loro, appare oggi chiara la necessità di affrontare i problemi geofisici con uno studio globale di tutte le geosfere, dalla atmosfera più esterna alle profondità del Nucleo interno. Un tale studio globale è oggi possibile grazie ai progressi realizzati negli ultimi decenni nel campo dei sistemi strumentali di osservazione e di calcolo. (1- continua)


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
topazio@ingv.it


C.S. del 11 febbraio 2005



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SPECIALE DUE - La Crosta terrestre è la superficie di separazione tra le rapide variazioni che caratterizzano gli strati esterni fluidi (idrosfera e atmosfera) e i lenti movimenti interni. Si è già detto che il Mantello si trova in uno stato di convezione. Il Nucleo esterno, allo stato liquido, è accoppiato al Mantello e sede anch’esso di un moto di convezione, evidenziato dalle variazioni secolari del campo magnetico terrestre. Lo studio della composizione, della struttura e della dinamica della Crosta e dell’interno della Terra, tende a ricostruire e comprendere i processi che hanno determinato l’evoluzione del nostro pianeta dallo stato iniziale, alcuni miliardi di anni fa, a quello presente.
Un altro settore riguarda la comprensione della struttura, della dinamica e della chimica dell’atmosfera e dell’idrosfera e la loro interazione con la Terra solida. Si sono ottenuti progressi nello studio del bilancio energetico del pianeta, anche se non ancora sufficienti a prevedere le variazioni climatiche in maniera attendibile. La strada da seguire è quella di istituire una rete di osservazione sistematica della superficie terrestre, con lo scopo di individuare le linee di tendenza in fenomeniquali la tettonica, l’erosione del suolo, la geomorfologia, lo sviluppo della vegetazione, i processi idrologici. Occorre, allo stesso tempo, una rete di rilevamento globale delle proprietà atmosferiche e oceanologiche, che consenta di porre su basi quantitative certe le interazioni tra atmosfera e oceani.
La biosfera costituisce una parte assai importante della Terra, poiché controlla il contenuto di ossigeno nell’atmosfera e numerosi altri fattori. I complessi equilibri che regolano gli ecosistemi e la loro evoluzione devono essere studiati in relazione all’ambiente fisico. Fattori come il clima, il moto delle placche tettoniche o l’impatto di asteroidi hanno infatti una grande influenza sull’evoluzione biologica. Anche in questo caso, si tratta di caratterizzare l’interazione degli organismi viventi con l’ambiente fisico, in particolare i loro effetti sulla composizione, la dinamica e l’evoluzione della Crosta, degli oceani e dell’atmosfera.
Della biosfera fa parte l’uomo. Gli effetti sull’ambiente naturale dell’aumento della popolazione, dello sviluppo agricolo e industriale e del crescente consumo di energia costituiscono l’oggetto di un grande interesse scientifico, oltre che essere di immenso interesse pratico. L’attività umana modifica la composizione dell’atmosfera, sia per quanto riguarda gas come l’anidride carbonica e il metano, sia per quanto riguarda la polvere e gli aerosol in genere. L’aumento di popolazione nei paesi in via di sviluppo è spesso accompagnato dall’urbanesimo e dalla desertificazione di ampi territori. Il depauperamento delle foreste tropicali influisce sulle mutazioni climatiche e genetiche.
L’evoluzione del tempo meteorologico avviene su una scala temporale di giorni, ma lo stato generale dell’atmosfera è regolato dagli oceani, che hanno tempi di circolazione dell’ordine degli anni. Entrambi i sistemi sono fortemente influenzati dalla biosfera, che può subire variazioni osservabili dallo spazio su scale di tempo da pochi giorni in su. L’influenza del Sole ha un ciclo principale di undici anni, ma vi sono variazioni molto più lente, su scale di secoli e millenni. La porzione della superficie terrestre coperta di ghiaccio, denominata criosfera, ha subito una progressiva riduzione a partire da circa diecimila anni fa, con il termine dell’ultima glaciazione. I dati geologici indicano un ciclo di circa centomila anni per i successivi episodi di glaciazione e deglaciazione, ma vi sono oscillazioni di durata molto più breve, da alcune centinaia ad alcune migliaia di anni. Questa grande varietà di processi, che operano su differenti scale temporali, determina una molteplicità di interazioni tra componenti del nostro pianeta che tradizionalmente erano state considerate separate.
Per raggiungere l’obiettivo di comprendere la molteplicità di interazioni che avvengono sopra e dentro il nostro pianeta, bisogna progettare una strategia di osservazione, gestione e analisi dei dati in parte diversa da quella seguita fino ad oggi. Poiché è sempre più evidente la necessità di comprendere il funzionamento del pianeta Terra come un tutto unico. Le osservabili che un tale programma di ricerca spaziano dai fenomeni quasi statici (come la petrologia, i regimi di vegetazione, il campo magnetico) ai fenomeni dinamici (come la formazione delle nubi, le precipitazioni, la salinità degli oceani, le calotte glaciali, le eruzioni vulcaniche e i terremoti). Per osservare un sistema interattivo di tale complessità, è necessaria una rete di satelliti in grado di fornire rapide immagini sinottiche della superficie terrestre: la rete dovrà comprendere, oltre a satelliti geostazionari, satelliti in orbita polare e altri a diverse inclinazioni e altezze.
Per essere efficaci, la maggior parte delle misure geofisiche richiedono completezza e simultaneità: solo così, ad esempio, si può studiare la deformazione di un edificio vulcanico, la sua successiva eruzione, la diffusione delle ceneri vulcaniche nell’atmosfera e le conseguenze di tale fenomeno sul clima globale e di questo sul suolo. Il sistema di osservazione deve inoltre essere caratterizzato dalla continuità e dalla omogeneità delle misurazioni su periodi di tempo lunghi. La enorme quantità di dati che un sistema del genere è in grado di fornire richiede una grande capacità dei sistemi di raccolta e di elaborazione dei dati stessi. Si richiede inoltre un elevato livello di integrazione tra la fase della raccolta dei dati di osservazione e la fase della formulazione dei modelli teorici: una tale integrazione è possibile solo tramite un intenso scambio di informazioni a scala mondiale tra tutti i ricercatori coinvolti nello studio della Terra. In questo modo, il pianeta diventa come un unico laboratorio e i fenomeni geofisici possono essere seguiti in tutta la loro evoluzione, con l’obiettivo di riprodurli tramite modelli matematici e di comprenderne il meccanismo.
Un capitolo importante degli attuali studi geofisici riguarda gli eventi naturali violenti: terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche, uragani, tornado, inondazioni, frane, valanghe e altri ancora. L’eventualità che uno di questi eventi si produca in una certa area della superficie terrestre comporta l’esistenza di un rischio al quale sono sottoposte le popolazioni che vi risiedono. Due sono i fattori che concorrono ad esprimere il concetto di rischio relativamente a un dato evento: la probabilità che l’evento si produca e l’entità delle conseguenze. Il rischio connesso al prodursi di un determinato evento è il prodotto della probabilità dell’evento per l’entità delle conseguenze. L’osservazione dei fenomeni mostra che, in generale, gli eventi con conseguenze gravi sono rari, mentre assai più frequenti sono gli eventi con conseguenze limitate. Tuttavia la rarità di un evento non equivale a un rischio basso. Ad esempio, la probabilità che un asteroide del diametro di qualche chilometro colpisca la Terra è molto piccola, ma le conseguenze dell’impatto sarebbero talmente gravi da rendere non trascurabile l’entità del rischio e da spingerci a preoccuparcene. Per questo genere di eventi, potenzialmente distruttivi e di grande impatto sociale, si impone più che per altri la necessità di giungere a prevederne l’occorrenza e le modalità di svolgimento. In linea di principio, la possibilità di prevedere un fenomeno è un corollario di una teoria fisica che descriva con sufficiente dettaglio il sistema in cui tale fenomeno può aver luogo.
Duemilacinquecento anni fa, gli astronomi babilonesi possedevano già le conoscenze necessarie per prevedere le eclissi. Sapevano che le eclissi di Sole e di Luna si producono in particolari condizioni, quando questi astri sono bassi sull’orizzonte in prossimità del plenilunio o del novilunio, ed erano in grado di calcolare con buona precisione i momenti in cui ciò avveniva. Ciò è dovuto al fatto che pianeti e satelliti si comportano nel loro moto con relativa semplicità: un modello che descriva un moto su orbite circolari con velocità costante porta già a risultati discreti per quanto riguarda la previsione delle eclissi.
Non avviene lo stesso per i fenomeni geofisici, caratterizzati – come si è detto – da una grande complessità. Tra l’altro, la sorgente di molti di questi fenomeni è inaccessibile, all’interno della Terra, né possiamo vedere dentro la Terra, così come facciamo verso lo spazio esterno. La previsione è il risultato dell’inserimento di dati di osservazione in un modello. Questi dati rappresentano i valori numerici delle grandezze fisiche che compaiono nella teoria, comprese le "condizioni iniziali" del sistema studiato. Quando un sistema fisico è governato da leggi non lineari, una piccola imprecisione nelle condizioni iniziali può alterare completamente, dopo breve tempo, l’evoluzione del sistema: è questo il caso della meccanica dei fluidi applicata alla previsione meteorologica e della meccanica delle fratture applicata allo studio dei terremoti. Tale comportamento, chiamato caotico, preclude la possibilità di previsioni deterministiche a lungo termine: sono possibili solo previsioni di tipo probabilistico. Resta tuttavia aperta la possibilità di previsioni a breve termine.
Un significativo avanzamento della nostra comprensione degli eventi geofisici e della nostra capacità di prevederli potrà venire solo da osservazioni sistematiche e a lungo termine dei fenomeni che avvengono sopra e dentro il nostro pianeta. Ciò è vero non soltanto per i fenomeni più rapidi e apparentemente improvvisi, quali i terremoti e le eruzioni vulcaniche, ma anche per quei fenomeni che si realizzano su scale di tempo lunghe, come i mutamenti climatici, che possono avere conseguenze assai più vaste e profonde sulla biosfera e quindi sull’uomo. Un grande sforzo in questo senso deve essere compiuto se vogliamo essere in grado di prevedere i cambiamenti che sono in atto, anche lentamente, sul nostro pianeta, alcuni dei quali sono il risultato dell’attività umana, mentre altri sono fluttuazioni naturali che nel passato non erano state documentate o semplicemente non riconosciute.(2 – Fine)


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
topazio@ingv.it


C.S. del 11 febbraio 2005



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PROPOSTA RETE MONITORAGGIO TSUNAMI NEL MEDITERRANEO


Il progetto di monitoraggio tsunami denominato “Supermednet” e lanciato dal Professor Enzo Boschi all’ultima conferenza mondiale sulla riduzione dei disastri a Kobe è diventata la proposta per l’Italia alla riunione Euromed (organismo dell’UE) conclusasi il 9 febbraio scorso a Bruxelles.
I dettagli del progetto sono stati presentati, a nome dell’INGV, da Stefano Tinti, Professore al dipartimento di fisica all’Università di Bologna .
“Un sistema d’allarme per i maremoti del Mediterraneo dev’essere costituito da strutture locali e da una globale con tempi di risposta diversi. Se un maremoto si verifica vicino alla costa e la investe in pochi minuti, ha spiegato il Professor Tinti, deve scattare entro uno due- minuti al massimo il sistema locale. A quello globale invece è richiesto un tempo di risposta di 5-10 minuti sufficiente per la protezione delle coste più lontane della sorgente”.
L’INGV gestisce attualmente la rete Mednet costituita da una ventina di stazioni sismometriche a larga banda installate nell’area mediterranea dal Marocco alla Turchia e i cui dati vengono trasmessi alla sala sismica di Roma e analizzati per il rapido calcolo degli epicentri-ipocentri.
L’analisi è limitata a terremoti di magnitudo superiore a 4.5 e quindi adeguata ai fini della identificazione di fenomeni potenzialmente in grado di scatenare tsunami (infatti i terremoti più piccoli non generano maremoti rilevanti).
L’attuale configurazione di Mednet rappresenta pertanto il punto di partenza per la costituzione di un “Mediterranean Tsunami Warning System” (MTWS) per realizzare il quale è necessaria l’installazione di 30 nuove stazioni, 200 mareografi e 16 boe da distribuire nei Paesi dell’Africa del Nord, del vicino Oriente e dei Balcani.
La proposta dell’INGV è stata accolta con pieno favore dai 25 Paesi delegati dell’UE e dai 10 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo presenti al meeting.


INFORMAZIONI STORICHE PER I GIORNALISTI:
L’Europa è esposta all’attacco dei maremoti, ma al momento non esiste alcun sistema d’allarme a protezione delle costa europee. Come risulta da progetti scientifici finanziati negli anni ’90 dall’Unione Europea (GITEC, GITEC-TWO), che hanno consentito di redigere cataloghi specifici e di compiere numerosi studi su alcuni dei casi storici più importanti, i maremoti colpiscono gran parte delle coste europee, ma gli eventi più disastrosi hanno investito i paesi europei della fascia meridionale del continente, come il Portogallo, l’Italia, la Grecia e la Turchia. Proprio in questa fascia si sono verificati anche gli ultimi tre maremoti europei. Il maremoto di Izmit del 17 agosto 1999 ha sicuramente aggiunto vittime al numero complessivo di morti causati dal terribile terremoto (oltre 17000), che ha devastato la regione di Kocaeli, ma il loro numero è incerto, ed ha provocato nel golfo di Izmit onde alte fino a 3 metri. Il doppio maremoto di Stromboli del 30 dicembre 2002 è l’ultimo caso di maremoto italiano: non ha provocato vittime perché non si è verificato in stagione turistica, ma ha attaccato le coste con onde anche di 10 m di altezza che hanno distrutto molti edifici lungo la costa settentrionale dell’isola. Il maremoto del 21 maggio 2003 fu provocato dal terremoto di Boumerdes-Algeri che uccise più di 2300 persone. Non si sa se il maremoto abbia fatto vittime sulle coste algerine. Si sa che il maremoto ha attraversato tutto il Mediterraneo occidentale, raggiungendo le Baleari dopo circa 50 minuti con onde di circa 1 metro, ed arrivando fino alle coste francesi ed italiane, dove è stato registrato dai mareografi dei porti di Nizza e di Genova dopo rispettivamente 95 e 115 minuti.
I dati storici indicano che i maremoti in Europa e nel Mediterraneo possono essere disastrosi. Basterebbe ricordare l’esempio del maremoto prodotto dall’esplosione del vulcano Santorini nel mare Egeo, a nord di Creta. Vi sono molte evidenze che tale maremoto sia stata una delle cause, se non la principale, del declino della fiorente civiltà minoica che dominava la regione egea, avendone distrutto le più importanti città portuali a Creta. Un esempio significativo è il maremoto del 365 d.C. causato da un terremoto nella zona di subduzione dell’arco ellenico. I documenti dell’epoca raccontano che il maremoto fece migliaia di vittime e fu osservato in tutto il Mediterraneo centro-orientale, penetrando anche nel mare Adriatico.
La necessità che l’Europa ed i paesi del Mediterraneo si dotino di un sistema d’allarme per i maremoti è indiscutibile. Esso può essere strutturato sulla falsariga del sistema d’allarme esistente nell’Oceano Pacifico, che a tutt’oggi è l’unico esempio di sistema funzionante


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
topazio@ingv.it


C.S. del 16 febbraio 2005



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Terremoto in Indonesia: 10 volte più forte di quello stimato

Basandosi sulle misurazioni relative all’energia liberata velocemente e violentemente al momento del terremoto, più l’energia liberata in seguito e più lentamente, nelle oscillazioni libere che sono tuttora in corso e a ragione misurabili, dobbiamo dedurre, dichiarano dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che la magnitudo è superiore a quella stimata inizialmente.
La magnitudo è stata 9.4. Il più potente sisma registrato nella storia conosciuta, insieme a quello che ha colpito il Cile nel 1960.


Roma, 9 febbraio 2005

Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa



C.S. del 9 febbraio 2005


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Londra 15 marzo 2005 - G8 ambiente

Mentre i Ministri dell’energia e dell’ambiente dei maggiori Paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo sono riuniti a Londra allo scopo di trovare iniziative comuni per la riduzione dei gas serra, e in particolare dell’anidride carbonica (CO2) l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha annunciato il successo del più grande esperimento di stoccaggio geologico della CO2.

“L’INGV è stato l’unico ente di ricerca italiano a partecipare al grande progetto internazionale per la segregazione della CO2 nel giacimento petrolifero in fase di esaurimento a Weyburn in Canada- riferisce il Professor Enzo Boschi, Presidente dell’INGV- dove negli ultimi quattro anni a scopo sperimentale in questo giacimento sono state iniettate 5000 tonnellate al giorno di CO2 per verificare la fattibilità e la sicurezza delle tecniche di segregazione adottate. All’esperimento hanno preso parte decine di istituti scientifici e industrie energetiche di Stati Uniti, Unione Europea e Canada. Conclusa questa prima fase della ricerca siamo lieti di annunciare che l’iniezione di CO2 in strutture geologiche profonde è fattibile e sicura. Il giacimento, infatti, è capace di trattenere il 99,99 % della CO2 iniettata per migliaia di anni. Si è potuto verificare che questo gas si autosigilla nel sottosuolo, trasformandosi in materiale calcareo totalmente inerte: insomma diventa roccia.Vengono così cancellate le preoccupazioni relative alla possibilità che questo gas responsabile di provocare scompensi climatici di portata globale, possa ritornare in atmosfera dopo la sua segregazione profonda”.

I brillanti risultati dell’esperimento di Weyburn sono stati ufficialmente presentati al convegno scientifico “Greenhouse Gas Control Technologies” al quale i vari relatori hanno sottolineato il fatto che si aprono nuove prospettive per le cosiddette tecnologie di “decarbonizzazione dell’energia”. In altri termini, in alcuni impianti, sarà possibile continuare a bruciare combustibili fossili senza immettere CO2 nell’atmosfera.

“Certo le operazioni di cattura e di segregazione della CO2 hanno costi elevati e quelli maggiori sono senz’altro relativi alla fase di estrazione della CO2 dai fumi prima di poterla iniettare sottoterra – osserva il Dottor Roberto Bencini, ricercatore dell’INGV nel settore dell’ingegneria dei giacimenti petroliferi-. Tuttavia le maggiori società elettriche del mondo sono ora impegnate nella messa a punto delle tecniche più adatte per minimizzare i costi di cattura e di stoccaggio. Da parte nostra possiamo affermare che, grazie al successo dell’esperimento di Weyburn, un combustibile come il carbone, meno di moda ma anche il più economico, diventa ora il più pulito: ancor più del gas naturale. Infatti si apre la prospettiva di applicazione diffusa di tecniche di gassificazione del carbone e di segregazione della CO2 in giacimenti esauriti e altre strutture geologiche adatte senza più immissioni di gas serra in atmosfera”.

Il costo complessivo dell’esperimento di Weyburn è stato di circa 25 milioni di euro, di cui il 10% a carico dell’Europa. Ora l’INGV, d’accordo con altri istituti di ricerca ed enti italiani, ha intenzione di presentare uno studio di fattibilità, per ripetere l’esperimento in un contesto nazionale in cui siano disponibili giacimenti di carbone e strutture geologiche adatte ad accogliere la CO2 da segregare.
Per maggiori info : Roberto Bencini 0039 06.45420060 bencini@ingv.it


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa



C.S. del 16 marzo 2005


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AL LARGO DI CATANIA A CACCIA DI NEUTRINI E TERREMOTI

Il primo osservatorio sottomarino abissale in Europa per ricerche cosmiche e geofisiche, nato grazie alle sinergie tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), verrà ufficialmente presentato alla stampa il giorno 3 maggio 2005, alle ore 11:30, presso i Laboratori Nazionali del Sud dell’Infn di Catania. Le operazioni di installazione e connessione al cavo sottomarino hanno reso possibile l’attivazione della stazione di prova del telescopio sottomarino per neutrini NEMO dell’Infn e la trasmissione a terra in tempo reale dei dati raccolti dall’osservatorio multiparametrico geofisico e ambientale SUBMARINE NETWORK ONE (SN1) installato dall’Ingv. Il laboratorio sottomarino NEMO-SN1 è localizzato a 25 km a largo dell’Etna ad oltre 2000 mt di profondità, creando un’infrastruttura unica in Europa per ricerche in ambiente estremo. La scelta di posizionare il laboratorio NEMO-SN1 al largo della Sicilia orientale nasce dalla convergenza di interessi tra l’Infn, interessato alla realizzazione di una stazione di prova per prototipi di un telescopio sottomarino per neutrini, e dell’Ingv. L’area è stata interessata da alcuni tra i più forti terremoti e maremoti che hanno colpito il territorio italiano, per cui il laboratorio è il primo nucleo della rete per il monitoraggio degli tsunami nel Mediterraneo, annunciato a Kobe dall’Ingv con il nome di “SUPERMEDNET”.
Alla conferenza stampa interverranno i Presidenti dei due Enti di ricerca Enzo Boschi e Roberto Petronzio, Emilio Migneco, direttore dei Laboratori Nazionali del Sud, Paolo Favali dirigente di ricerca, responsabile delle attività marine dell’Ingv.

Cenni storici

Il cavo elettro-ottico era gia stato precedentemente steso nel settembre del 2001 dall’Infn. A gennaio del 2005 è stato recuperato, utilizzando Pertinacia, una nave posacavi dell’Elettra Tlc (Gruppo Telecom), allo scopo di installare speciali pannelli forniti di connettori sottomarini.

Nello stesso tempo è stato posizionato sul fondo l’osservatorio SN1 e una stazione di monitoraggio acustico. La connessione delle strumentazioni al cavo è stata eseguita utilizzando robot sottomarini (ROV- Remote Operated Vehicle). Il collaudo delle funzionalità dei robot in questo tipo di installazioni sottomarine, che si svolgono a pressioni di centinaia di atmosfere, è un passo essenziale nello sviluppo del progetto NEMO. Utilizzando le procedure messe a punto saranno successivamente connessi al cavo e collaudati entro il 2006 i prototipi dei componenti principali del telescopio sottomarino per neutrini.

L’osservatorio SN-1 realizzato sulla base dell’esperienza acquisita dall’Ingv in ambito dei progetti europei GEOSTAR e grazie all’interazione con l’industria italiana, come la Tecnomare S.p.A. (corporate del gruppo ENI) tra il 2000 e il 2002 nell’ambito di un progetto coordinato dall’Ingv e finanziato dal Gruppo nazionale per la Difesa dai terremoti (GNDT), è equipaggiato con vari sensori che includono un sismometro a tre componenti del tipo “larga banda”, un gravimetro, un magnetometro scalare e un idrofono.



Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa



C.S. del 29 aprile 2005


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GAS WORKSHOP


Più di cento studiosi di geochimica provenienti da ventisei Paesi del mondo daranno vita a un seminario itinerante nel Sud dell’Italia per analizzare il respiro della terra in tre delle principali aree vulcaniche attive: Etna, Vulcano e Campi Flegrei.

Organizzato dalla sezione di Palermo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il “2005 gas workshop’, si svolgerà dal 2 al 10 maggio e, come recita lo stesso titolo, sarà dedicato allo studio dei vari tipi di gas emessi dai sistemi vulcanici, agli strumenti e alle metodologie per analizzarli.

Il seminario sarà diviso in due sessioni. Nella prima, dal 2 al 3 maggio, a Palermo, presso la sede della sezione di Palermo dell’INGV si svolgeranno le numerose relazioni dei partecipanti. Dal 4 al 10 maggio avrà luogo la sessione itinerante, con tappe a Vulcano, Nicolosi-Etna e Pozzuoli-Solfatara.

Fra le varie sedi decentrate dell’Ingv, Palermo è quella che ha la più importante e radicata vocazione in geochimica e che ha dato vita, fin dall’inizio degli anni ’80, al monitoraggio sistematico delle aree vulcaniche attive siciliane, stabilendo in alcune di esse come Vulcano, Stromboli e l’Etna strumenti di sorveglianza che funzionano 24 ore su 24.

<Controlli della temperatura e di alcuni gas come anidride carbonica e composti dello zolfo; gas nobili come l’elio e isotopi di vari elementi, ci permettono oggi di distinguere una situazione di normale attività vulcanica da una decisamente anomala e addirittura di individuare una situazione pre eruttiva>, spiega il dottor Rocco Favara, direttore della sezione di Palermo dell’Ingv.

Insomma, la geochimica dei cosiddetti ‘fluidi vulcanici’ è diventata un indispensabile strumento di previsione e, associata ai controlli geofisici volti a registrare tremori, terremoti e deformazioni del suolo, rappresenta uno dei cardini dei sistemi di protezione civile nelle aree a rischio.

Poiché in molti casi gli elementi in esame rappresentano delle piccolissime quantità rispetto al gas che li trasporta è necessario che gli strumenti di analisi siano finemente regolati secondo procedure standard stabilite in campo internazionale. <Il nostro workshop avrà una duplice funzione - aggiunge il Dottor Favara-. Da una parte servirà a mettere a punto i metodi di comparazione fra gli strumenti, con esercitazioni pratiche che saranno effettuare recandosi nelle aree crateriche e nei campi di fumarole; d’altra parte si farà il punto della situazione delle nostre aree a maggior rischio>.

Il quadro attuale dei vulcani attivi italiani, vede il Vesuvio e i Campi Flegrei in uno stato di quiescenza. Più a Sud, l’Etna ha da poco concluso una abbondante ma tranquilla eruzione durata circa sei mesi. Nelle Eolie, Vulcano è in una situazione simile a quella del Vesuvio: col cratere ostruito ma con sistema di alimentazione profondo sempre abbastanza attivo, sia pure con alti e bassi; mentre Stromboli è rientrato nella sua consueta attività dopo l’imponente eruzione del 2002-2003 che ha provocato anche una grande frana lungo la Sciara del Fuoco e il conseguente maremoto.


Per maggiori informazioni rivolgersi al Dott. Rocco Favara 091.6809401 335.7638770



Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa



C.S. del 30 aprile 2005


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ESPLORATI, PER LA PRIMA VOLTA IN MEDITERRANEO, I “GIARDINI DI CORALLO” NELLE PROFONDITA’ DELLO IONIO SETTENTRIONALE.

CREDUTI SCOMPARSI 15 MILA ANNI FA, GLI ESEMPLARI VIVENTI DI COLONIE DI CORALLI “BIANCHI”, SONO STATI SCOPERTI DAL PROGETTO APLABES GRAZIE ALLE MODERNISSIME TECNOLOGIE DELLA NAVE DA RICERCA DEL CoNISMa (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare).


Domani, 8 giugno, la R/V UNIVERSITAS sarà nel porto di Civitavecchia a disposizione della comunità accademica e della stampa al termine di una campagna di ricerca nello Ionio settentrionale che ha portato a termine la seconda fase del progetto APLABES (Biocostruzioni a coralli bianchi nel Mar Ionio settentrionale-Apulian Plateau Bank).
Finanziato nei programmi FIRB del MIUR, e coordinato dal CoNISMa vede la partecipazione di ricercatori appartenenti a quattro Università (Milano-Bicocca, Bari, Catania e Napoli-Parthenope), all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), all’Istituto di scienze Marine del CNR di Bologna. Questa seconda campagna di ricerca ha permesso di raccogliere immagini e filmati dei banchi di coralli bianchi presenti in grande quantità lungo le pareti e i pendii dell’Apulian Plateau, proseguimento subacqueo della penisola pugliese, a profondità comprese fra 300 e 1200 metri.
La tecnologia utilizzata messa a punto negli ultimi anni dall’INGV in collaborazione con Tecnomare, l’Università di Berlino e in parte CoNISMa, e già utilizzata ampiamente in progetti europei e nazionali ha permesso di poter compiere osservazioni e riprese video, della durata di diverse ore, in diverse aree del fondo marino, rilevate e cartografate in dettaglio nella prima campagna del progetto (luglio 2004) grazie alla avanzata tecnologia della R/VUNIVERSITATIS.
L’importanza dei risultati raggiunti dai ricercatori del progetto APLABES risiede nel fatto che per la prima volta è stata documentata la presenza di esemplari viventi di colonie di coralli bianchi, ritenuti scomparsi dal Mediterraneo a partire dalla fine dell’ultimo periodo glaciale (circa 18-15000 anni fa). Le colonie di questi coralli formano in similitudine con quelle delle barriere coralline attuali, dei veri e propri edifici biocostruiti alti qualche metro e lunghi diverse decine.
Presenti in diverse aree degli oceani, i coralli bianchi sono oggi sotto l’attenzione della comunità scientifica internazionale per il ruolo fondamentale che rappresentano per la vita marina in profondità. L’intrico dei rami corallini e la ricca fauna che vi si insedia vengono a costruire una vera e propria oasi di vita nel buio delle acque profonde, costituendo probabilmente il rifugio e l’area di riproduzione di un grande numero di organismi e facendo si che tali aree vengano indicate come le più importanti aree da progettare nelle profondità oceaniche.
Il rinvenimento di banchi viventi in Mediterraneo, mai documentato precedentemente, conferma la ricchezza biologica del bacino e la necessità di una politica volta a proteggere anche in Mediterraneo queste importanti isole di vita abissali.
IL PROGETTO APLABES: Coordinatore C.Corselli (CoNISMa Univ. Milano-Bicocca)
Staff scientifico: Paolo Favali, Giuseppe Etiope (INGV), C.Corselli, A.Savini, E.Malinverno (CoNISMa Univ. Milano-Bicocca), A. Tursi, M.Matarrese (CoNISMa Univ Bari), A.Rosso, S.I.Di Geronimo (CoNISMa Univ Catania), M.Taviani, A.Remia (ISMAR-CNR Bologna), G.Spezie , G. Budillon (CoNISMa Univ. Parthenope Napoli)

Per maggiori informazioni contattare:
Paolo Favali 06/ 51860428
favali@ingv.it



Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
topazio@ingv.it


C.S. del 7 giugno
2005


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L’INGV ENTRA UFFICIALMENTE NEL PIU’ GRANDE PROGETTO DI PERFORAZIONE DELLA TERRA.


Con un finanziamento di 75.000 USD l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) è entrato ufficialmente nel più grande progetto internazionale di perforazione profonda della Terra: IODP dalle iniziali di Integrated Ocean Drilling Program (partito nel 2003 come erede di precedenti programmi internazionali di ricerca). Questa avventura della geofisica mondiale per carpire i meccanismi profondi di grandi fenomeni come la tettonica delle placche, l'attività sismica e quella vulcanica, sta per essere rilanciata dalla realizzazione della più costosa nave di ricerca mai realizzata al mondo: si chiama Chikyu che vuol dire Terra in giapponese e sta per essere varata dai cantieri del Sol Levante. Ma la storia dell’IODP affonda le sue radici in un progetto che è nato 36 anni fa, nel lontano 1968 con la sigla di DSDP cioè Deep-Sea Drilling Project. A quei tempi era un’ esclusiva statunitense lanciata dalla Scripps Institution of Oceanography e che si basava su una nave per perforazioni passata alla storia, la gloriosa Glomar Challenger. Grazie a quelle prime esplorazioni gli scienziati hanno potuto raccogliere le prove della nascente teoria della tettonica a placche e scoprire l'espansione dei fondi oceanici lungo le catene dorsali profonde. Negli anni successivi DSDP si è trasformato nell’ODP (Ocean Drilling Program). Il successo delle campagne di ricerca ha portato all'aggregazione di altre realtà internazionali, fino all'attuale IODP che è sostenuto, oltre che dagli Stati Uniti anche dai giapponesi e dagli europei. Il consorzio europeo, ECORD (European Consortium for Ocean Research Drilling) partecipa per poco più di 1/4 alle ricerche con un prevalente impegno di Francia, Germania e Regno Unito. Tutti gli altri partecipanti europei, fra cui l'Italia, contribuiscono ad ECORD con quote abbastanza piccole tra il 2 e 3%. L'Italia in particolare ha messo in campo oltre agli esperti dell' Ingv anche quelli del Cnr, Ogs e Conisma, il consorzio universitario delle scienze del mare. La mappa delle perforazioni finora effettuate nell'ambito di questo quarantennale studio della crosta terrestre profonda è costellata di quasi 2000 perforazioni concentrate soprattutto nelle aree di subduzione, laddove le placche terrestri si immergono una sotto l'altra provocando terremoti e formazione di nuovi complessi vulcanici. Le profondità raggiunte superano i 6000 metri e, non appena la nuova nave giapponese Chikju sarà operativa, tra il 2006 e 2007, si pensa di potere raggiungere i 7000 metri cioè il record di profondità finora ottenuto attraverso trivellazioni su fondali oceanici. A regime si conta di raggiungere i 12000 metri (complessivamente tra spessore dell’acqua e vera e propria perforazione, analogamente a quanto succede per le perforazione in terra ferma. Per confronto le perforazioni effettuate sui continenti sono arrivate a circa 12000 m. Mentre la nave giapponese sta per essere completata, anche gli americani sono intenzionati a rinnovare la loro nave Joides Resolution potenziandola e modernizzandola per adeguarla alle nuove esigenze scientifiche. “L'Europa non ha per ora navi per perforazioni così complesse, ma contribuisce con delle imbarcazioni leggere, chiamate piattaforme alternative che operano in acque poco profonde. Grazie ad esse sono state condotte delle campagne di perforazione in Artide a cui ha partecipato un ricercatore italiano” dice il Dottor Antonio Meloni dell’Ingv. Questo tipo di ricerche oltre a fornire preziose indicazioni per l'avanzamento della geofisica, sta dando risultati importanti nei settori del cambiamento climatico e delle scienze della vita.

Per maggiori informazioni contattare:
Dott. Antonio Meloni meloni@ingv.it 06.51860317
Dott. Paolo Favali favali@ingv.it 06. 51860428



Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
topazio@ingv.it


C.S. del 9 giugno
2005


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RICOSTRUITE LE DIREZIONI DELLE COLATE CHE INVESTIRONO POMPEI ANTICA

Nel 79 dopo Cristo, quando il Vesuvio si risvegliò improvvisamente dopo un prolungato silenzio nel corso del quale si era ricoperto di vegetazione fino alla cima, tanto che la gente aveva perso la memoria della sua pericolosità come vulcano, l’eruzione si manifestò attraverso alcune modalità distinte.
Quella più spettacolare fu un’ esplosione che scaraventò brandelli di magma e gas fino a trenta km d’altezza, formando quello che Plinio il Giovane definì un pino marittimo.
Ma dal vulcano uscirono anche miscele di gas e particelle che non avevano la forza di spingersi in alto, e che si riversarono lungo i pendii del monte, come nubi infuocate, riversandosi su Pompei ed Ercolano e “inondando” strade e case.
La dinamica di questi “flussi piroclastici”, come vengono definiti dagli specialisti, è stata ora analizzata con grande dettaglio grazie a una ricerca sviluppata in collaborazione dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino. Il lavoro è stato pubblicato su Geology, la prestigiosa rivista internazionale edita da Geological Society of America (June 2005, n.6), a firma dei dottori Lucia Gurioli, Maria Teresa Pareschi, Elena Zanella, Roberto Lanza, Enrico Deluca e Marina Bisson.
“Attraverso misure di magnetismo delle rocce sui depositi messi in posto da questi flussi piroclastici, abbiamo ricostruito le direzioni e le temperature dei flussi stessi che investirono Pompei antica. Ci siamo resi conto che queste correnti piroclastiche, molto diluite e turbolente - spiega la dottoressa Maria Teresa Pareschi dell’INGV – erano in grado di seguire il reticolato delle vie della città, anche quelle perpendicolari alla direzione del flusso principale, e scavalcare come una cascata muri e sbarramenti. Tuttavia, pure in questo panorama di devastazione, si crearono delle zone relativamente più protette, per esempio cavità, spazi a ridosso di muri, che furono esposte a temperature più basse”.
Il lavoro dei ricercatori assume, dunque, un valore che va al di là della puntuale ricostruzione di quanto accadde, poiché permette di identificare in un contesto urbano quali siano le zone più esposte per queste fenomenologie e di dettare regole comportamentali in caso di eruzione anche se, sottolinea la dottoressa Pareschi, “l’evacuazione preventiva rimane la norma fondamentale da rispettare “.
Anche Nature ha voluto segnalare l’importanza della ricerca del gruppo di geofisici e geologi italiani attraverso un commento firmato da Philip Ball e uscito sul numero del 6 giugno 2005.

Per maggiori informazioni:
Dottoressa Maria Teresa Pareschi tel: 050.8311946 pareschi@pi.ingv.it

Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
topazio@ingv.it


C.S. del 14 giugno
2005


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MESSAGGINI DELL'INFERNO

Gli apparati vulcanici, sia quelli attivi, sia quelli quiescenti ormai da migliaia di anni, possono veicolare una specie di “messaggini” sotto forma di aggregati di cristalli mescolati ai magmi. Analizzando queste particolari inclusioni cristalline, gli studiosi di vulcanologia tentano di ricostruire la storia evolutiva di un vulcano, capire su quale basamento si è formato e quali sono le rocce attraversate dai magmi durante la loro risalita.
E’ quanto ha fatto un vulcanologo, il dottor Massimo Pompilio del Centro per la modellistica fisica e pericolosità dei processi vulcanici dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) a Pisa, in collaborazione con i dottori M. Alletti e S. Rotolo dell’Università di Palermo.
“Lo studio di diversi campioni di lava di tipo hawaitico raccolti nell’isola di Ustica, nella contrada Spalmatore, ci ha portati ad identificare una quarantina di aggregati di cristalli delle dimensioni di alcuni centimetri che costituiscono frammenti di rocce attraversate dal magma durante circa i 25 km di percorso a partire dalle sorgenti profonde fino alla superficie”, spiega il dottor Pompilio.
L’Isola di Ustica è un vulcano non più attivo da oltre 100.000 anni. Secondo i vulcanologi si è formata poco meno di un milione di anni fa sui fondali del basso Tirreno, in seguito all’apertura di una grande frattura orientata da nord-est a sud-ovest dalla quale, a poco a poco, è risalito un magma simile per composizione a quello dell’Etna.
E’ davvero straordinario come oggi , centinaia di migliaia di anni dopo i processi eruttivi che hanno edificato l’Isola, ci sia la possibilità di ricostruire quali fossero le condizioni chimiche e fisiche nel sistema di alimentazione magmatico e la natura delle formazioni attraversate dai magmi.
“Abbiamo potuto verificare che alcuni di questi aggregati di cristalli rappresentano frammenti di crosta terrestre che si trovano sotto l’apparato vulcanico di Ustica, molto vicino al confine Moho, cioè allo stato di transizione tra il mantello e la crosta stessa. Malgrado questi frammenti di roccia fossero immerse in magmi a temperature di oltre 1000 gradi, essi non si sono fusi e hanno mantenuto integra la loro struttura, viaggiando a velocità medie di qualche metro al minuto. Per coprire i circa 25 km di condotti a partire dal basamento hanno impiegato, quindi, solo alcuni giorni prima di uscire fuori dalle bocche dell’antico vulcano usticese”.
Gli studi sulle inclusioni cristalline dei magmi, applicati anche in altri apparati vulcanici molto importanti come l’Etna, contribuiranno a scrivere una storia più particolareggiata di queste grandi finestre aperte sull’interno della Terra. Intanto la ricerca di Pompilio e collaboratori sarà pubblicata nei prossimi numeri della rivista internazionale ‘Lithos’.

Per maggiori informazioni: pompilio@pi.ingv.it
tel. 050.8311940


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
topazio@ingv.it


C.S. del 21 giugno
2005


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L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia al primo posto al mondo per lo studio dei vulcani

Nel primo semestre 2005 l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ottiene il primo posto nelle pubblicazioni scientifiche fra le istituzioni di tutto il mondo che si occupano di vulcanologia e quarto tra quelle che si occupano di sismologia.
La graduatoria è stata ottenuta analizzando la base dei dati dell’Institute for Scientific Information (ISI – Thompson corporation, USA), che indicizza le maggiori riviste scientifiche a livello mondiale.
“ Questo importante risultato -dice Enzo Boschi, presidente dell’INGV- è frutto dell’impegno dei ricercatori INGV che in questi ultimi anni è stato fortemente stimolato dalla nuova impostazione che il Ministro Moratti ha dato alla ricerca italiana con il conseguente grande incoraggiamento a discipline a forte impatto sociale.
L’Ente ha avuto negli ultimi anni una crescita molto forte. L’Italia è storicamente studiata da tutto il mondo, del resto nel nostro Paese si verifica in media un evento sismico abbastanza forte (magnitudo superiore a cinque) almeno ogni due anni”.

Per maggiori informazioni
Ufficio Stampa INGV
06.51860543


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
topazio@ingv.it



C.S. del 14 luglio
2005


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COME DETERMINARE LA MAGNITUDO DI UN TERREMOTO IN BREVE TEMPO

La tempestività nella determinazione della magnitudo di un forte terremoto è essenziale per poter valutare il rischio di un maremoto eventualmente associato all’evento e per riuscire a lanciare in tempo utile l’allarme alle popolazioni.
Ora, grazie a un nuovo metodo di analisi delle onde sismiche sviluppato dal sismologo Dr. Anthony Lomax (Anthony Lomax Scientific Software, Mouans-Sartoux, France) in collaborazione con il Dottor Alberto Michelini, esperto in sismologia all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e pubblicato sulla rivista internazionale di geofisica EOS, è possibile ottenere una stima della magnitudo entro circa un quarto d’ora dall’evento, piuttosto che dopo qualche ora, come finora avveniva.
“L’esigenza di una valutazione più tempestiva della magnitudo di un forte terremoto è emersa dopo la catastrofe di Sumatra del 26 dicembre 2004 e del maremoto associato, che ha investito le zone costiere dell’Oceano Indiano dopo circa tre ore dalla scossa principale”, spiega Michelini.
Dopo quanto tempo è stato stabilito che quel sisma aveva raggiunto la magnitudo nove della scala Richter, classificandosi come uno dei più violenti della storia recente?
Dopo diverse ore, all’inizio era stato stimato in magnitudo di poco superiore a otto e solo la mattina (per noi in Europa) è stato calcolata la sua effettiva grandezza. Anche nel caso del terremoto del 28 marzo 2005 di magnitudo 8.7 localizzato sempre nella stessa zona, i tempi per la determinazione della magnitudo sono stati di diverse ore.
Dunque il vostro metodo analitico può sensibilmente ridurre questo tempo di valutazione: ci spiega semplicemente su che cosa si basa?
Si possono ridurre i tempi a meno di mezz’ora. Il metodo si basa sull’analisi delle onde P radiate dalla sorgente sismica. La sorgente sismica per un terremoto come quello di Sumatra è una faglia lunga più di 1000 km e si può immaginare il terremoto come composto da tante sorgenti sismiche più piccole una attigua all’altra, fino a comporre una zona di rottura complessiva appunto più di 1000 km. Queste onde P emanate da ogni sorgente più piccola, sono facilmente individuabili su un sismogramma operando dei filtraggi. Ne consegue che dalla durata di queste onde sui sismogrammi registrati è possibile, in prima approssimazione, determinare l’estensione della sorgente sismica da dove vengono generate.
Una volta noti, pochi minuti dopo il sisma, epicentro, ipocentro e magnitudo, come si fa a stabilire se il fenomeno è tsunami – genico o no?
La sismologia può stabilire quanto grande è il terremoto e fornire elementi per valutare se il terremoto può aver generato uno tsunami o meno. Tuttavia, la sismologia non permette di stabilire con certezza se lo tsunami è stato effettivamente generato.
Naturalmente tutti questi sforzi hanno senso se poi il sistema di allarme costiero funziona.
A che punto siamo, sotto questo profilo, sia nell’Oceano Indiano, sia nel nostro Mediterraneo ?
Non solo l’allarme costiero, ma anche le boe mareografiche poste in alto mare.
Per quanto riguarda l’oceano Indiano, i tedeschi stanno predisponendo un progetto per l’allerta dagli tsunami che è appena iniziato. Mentre per il Mediterraneo sono al vaglio diversi progetti di monitoraggio e si saprà a breve se verranno finanziati.

Per maggiori informazioni:
Alberto Michelini
Dirigente di ricerca Ingv
michelini@ingv.it
Telefono: 06.51860611


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa
topazio@ingv.it



C.S. del 25 luglio
2005


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UNA NUOVA STAZIONE SISMICA DELLA RETE MEDNET

La rete MedNet dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), in collaborazione con il Servizio Sismico Serbo, alla fine di luglio u.s. ha installato una nuova stazione sismica a larga banda in Serbia all’interno dell’Osservatorio di Divcibare, circa 100 km sud-ovest di Belgrado, ed a pochi kilometri da Mionica, epicentro dell’ultimo terremoto distruttivo (M=5.7) avvenuto in Serbia nel 1998.
La stazione, equipaggiata con una terna di sensori Streickeisen STS-1 ed un digitalizzatore Quanterra Q380, servirà al monitoraggio sismico dell’area balcanica e contribuirà al monitoraggio sismico della regione italiana.
La collaborazione con l’Istituto di Geofisica dell’Accademia delle Scienze Slovacca, che ha curato il sistema di trasmissione dati, permette di riceverli in tempo-reale sia a Roma che a Belgrado e di integrarli con le reti sismiche di entrambi i paesi.
Come per tutti i dati prodotti dalle stazioni della rete Mednet, anche quelli della stazione di Divcibare (station code DIVS) vengono ridistribuiti in tempo reale ad IRIS ed ORFEUS, i due consorzi (statunitense ed europeo rispettivamente) che si occupano della archiviazione e ridistribuzione dei dati sismici su scala mondiale.
Il sensore VBB, e la particolare scelta del sito in cui è stato installato che ne fanno una delle stazioni col più basso livello di rumore dell’intera rete MedNet, rende questa stazione parte della rete mondiale di stazioni normalmente utilizzate per lo studio dei fenomeni globali dell’interno della terra.
La rete MedNet ad agosto 2005. In verde le stazioni attive, in rosso quelle I attesa di ripristino. Oltre a queste, presso il Centro Dati MedNet vengono acquisiti e analizzati i dati di altre stazioni dell’area euro-mediterranea apparteneneti ad altre reti.


Ufficio Stampa INGV
ufficiostampa@ingv.it



C.S. del 8 agosto
2005


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GOLE LARGHE

Attraverso lo studio di un sistema di faglie chiamato Gole Larghe si scopre la dinamica della rottura di una faglia durante un terremoto.

E' ormai patrimonio di conoscenza comune che i terremoti, da quelli più inoffensivi ai più temibili, siano provocati dal movimento improvviso di faglie: vere e proprie fratture della crosta terrestre che possono essere superficiali o profonde svariati chilometri. In queste zone di debolezza, le tensioni si accumulano e poi, improvvisamente si scaricano, facendo muovere i due lembi della faglia e generando onde che si propagano nel terreno in maniera analoga a quelle generate da un sasso che cade in una pozza di acqua stagnante.
Ma, volendo scendere nei dettagli, qual è la dinamica della rottura di una faglia durante un terremoto?
A questa domanda risponde uno studio pubblicato sull'ultimo numero della prestigiosa rivista 'Nature' (18 agosto 2005) da un gruppo di ricercatori formato da Stefan Nielsen, Giulio Di Toro e Giorgio Pennacchioni, il primo sismologo dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e gli altri due del Dipartimento di Geologia, Paleontologia e Geofisica dell'Università di Padova.
Uno studio che si può definire di paleo-sismologia in quanto ricostruisce le vicende di un sistema di faglie chiamato 'Gole Larghe', lungo una ventina di km, che si trova a Nord dell'Adamello, nelle Alpi Orientali, e che si è attivato circa 30 milioni di anni fa. Chiediamo al dottor Nielsen:
Che cosa ci ha insegnato lo studio di questa antica faglia ?
-Prima di tutto è un ottima verifica naturale della teoria del “frictional melt”, ovvero che durante un terremoto il forte attrito sulla faglia può generare un surriscaldamento veloce e quindi fusione della roccia. Sulla faglia delle Gole Larghe, ci sono abbondanti tracce di roccia fusa, rapidamente solidificata nei minuti successivi al terremoto formando una specie di vetro poco cristallizzato, che è rimasto intatto a testimoniare degli antichi terremoti avvenuti. Questo certamente non accade in tutti i terremoti, ma quando c’è traccia di fuso si ha certezza che la faglia sia stata sismicamente attiva. Osservando poi la rete di fratture, si vede che dalla faglia principale dirama un gran numero di fratture secondarie. Queste si sono formate durante i pochi secondi di attività della sorgente sismica, quindi sono tracce dello stato di tensioni nella roccia proprio durante il terremoto. Grazie a dei modelli numerici, che consentono di simulare la propagazione della frattura con il computer, abbiamo scoperto che le fratture secondarie non sono orientate in direzioni casuali, ma la loro giacitura asimmetrica, e le loro direzioni indicano che la frattura si propagava verso Est, e che la velocità di propagazione era leggermente inferiore a quella delle onde di taglio (onde S, circa 3000 metri al secondo). Questa faglia è antica, ma è una miniera di informazioni sui pochi secondi di frattura che sono stati “fotografati” dalle rocce e che si possono ricostruire a distanza di milioni di anni. Ora stiamo lavorando per ricavare altre informazioni, per esempio sul livello di attrito della faglia. Siccome è un tipo di osservazione molto diversa da quelle abitualmente usate in Sismologia, procura delle informazioni complementari.
La faglia è direttamente accessibile ?
-Si, è un caso eccezionale, perché è risalita in superficie una porzione di faglia che si trovava in origine a una decina di chilometri di profondità. Di solito sono accessibili soprattutto le porzioni più superficiali delle faglie sismiche, o addirittura sono completamente sepolte e vengono studiate “a distanza” o tramite costose operazioni di perforazione. Qui invece possiamo toccare con mano quello che fu il cuore di una faglia sismica, e seguire il percorso delle fratture per decine di metri. La faglia è stata risollevata dai movimenti tettonici, in parte responsabili della formazione delle Alpi. Poi il ghiacciaio dell’Adamello ha scavato e levigato per secoli la roccia. Infine, con il riscaldamento dell’atmosfera di questi ultimi decenni, il ghiacciaio si è ritirato parecchio ed ha esposto alla luce le tracce di faglia. Bisogna però prepararsi a una seria scarpinata in alta montagna per raggiungerla!
Con quali metodi ne avete ricostruito la morfologia?
-La superficie di roccia visibile è come una sezione attraverso la faglia stessa; una delle prime cose da fare è fotografare e ridisegnare le strutture, aiutandosi di “telai” che sono come delle cornici che servono da punti di riferimento. Adesso esistono metodi più sofisticati, come il laser scan 3D, un apparecchio che crea una immagine fotografica in 3 dimensioni scandagliando la superficie con un raggio laser, e che abbiamo previsto di usare prossimamente sulla faglia delle Gole Larghe.
La faglia in esame potrebbe riattivarsi?
-Questo è escluso, per fortuna (o purtroppo penseranno i ricercatori). Infatti la faglia non si trova più nel contesto di deformazione e di sforzi che vigevano durante la sua formazione e la sua attività. Naturalmente la zona Alpina, in particolare quella orientale (e.g. Friuli), è ancora interessate da terremoti, però questi avvengono oggigiorno su altri sistemi di faglie.
Per maggiori informazioni
Stefan Nielsen
081.2420319
348.4955861


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa INGV
06 51860543
topazio@ingv.it


C.S. del 26 agosto 2005


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PROGETTO DIAS: UN SERVER DIGITALE EUROPEO PER L’ALTA ATMOSFERA


La più approfondita conoscenza dello stato della ionosfera va a vantaggio di tutte le moderne tecnologie di telecomunicazione e di navigazione spaziale che dipendono strettamente dallo stato fisico di questa parte dell’altra atmosfera.
La ionosfera, regione dell’alta atmosfera al di sopra dei 60 km di quota utilizzata per le comunicazioni e la navigazione satellitare e terrestre, potrà essere ulteriormente osservata e sorvegliata grazie ad un nuovo progetto europeo a cui partecipa anche l’Italia.
Il “DIAS” (European DIgital upper Atmosphere Server) è stato varato nel 2004 nell’ambito eContent della comunità europea. Il progetto, di durata biennale, ha l’obiettivo di creare un server per la raccolta dei dati digitali europei dell’alta atmosfera. Il suo sviluppo si basa sulle banche di dati storici esistenti e sulle informazioni in tempo reale fornite da diverse stazioni ionosferiche digitali attualmente in funzione in Europa e appartenenti a istituti governativi.
L’Italia è rappresentata tramite l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) che contribuisce al progetto con la consulenza tecnico-scientifica del personale della sezione di Geomagnetismo e Aeronomia, diretto da Bruno Zolesi e con i dati della stazione ionosferica di Roma. Quest’ultima, fondata da Guglielmo Marconi, vanta una lunga serie storica di dati che la colloca fra i più antichi osservatori ionosferici d’Europa.
La realizzazione del DIAS permetterà di migliorare l’accesso alle informazioni digitali sullo stato dell’alta atmosfera della regione europea anche attraverso lo sviluppo di prodotti a valore aggiunto e servizi utili per un ampio numero di utenti interessati alle comunicazioni in HF e ai sistemi di navigazione. Tali servizi sono di particolare utilità nel caso di tempeste magnetiche o altri disturbi di origine solare che, causando perturbazioni nella ionosfera, possono rendere scarsamente affidabili dispositivi quali, ad esempio, radio HF o ricevitori GPS.
Attualmente non esiste una coordinazione a livello europeo delle attività di monitoraggio e di raccolta di dati ionosferici atta a produrre servizi all’utente. Per questo motivo il DIAS si propone di creare un server in grado di dare informazioni in tempo reale sullo stato dell’alta atmosfera sopra l’Europa, anche attraverso degli avvisi forniti all’utente mediante sms, internet, palmare, ecc.. In questo modo la comunità ionosferica europea potrà contribuire alla realizzazione di una meteorologia spaziale sul nostro continente.
Il prototipo di questo servizio, ispirato a quello già operativo negli Stati Uniti e in Australia, è attualmente consultabile on line, visitando il sito web del DIAS: www.iono.noa.gr/dias/.
Per maggiori informazioni: zolesi@ingv.it 06.51860320
lucilla.alfonsi@ingv.it 06.51860524


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa INGV
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C.S. del 8 settembre 2005


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L’Istituto Nazionale di Geofisica Vulcanologia (Ingv) comunica che un intenso brillamento solare del 9 settembre ’05 ha innescato una tempesta magnetica.

Il fenomeno è associato a una grande “macchia solare”, un vortice elettromagnetico che è emerso sul bordo del Sole il 7 settembre scorso e che persisterà per circa una decina di giorni. Il vortice espelle gas e particelle con un’elevata energia. Le particelle solari, costituite soprattutto da protoni e elettroni, viaggiano nello spazio e investono il campo magnetico terrestre, interessando l’alta atmosfera. L’impatto silente con l’atmosfera provoca una serie di fenomeni che possono interferire negativamente con i voli spaziali e le telecomunicazioni.
In relazione a questi fenomeni il dott. Antonio Meloni, dirigente di ricerca della sezione Geomagnetismo aeronomia e geofisica ambientale dell’Ingv precisa che mentre la perturbazione del 7 settembre scorso non ha avuto rilevanti effetti a Terra, né sul campo magnetico, né sulla ionosfera, al contrario un successivo brillamento del 9 settembre avvenuto alle ore 09.45 ha prodotto una perturbazione detta Solar Flare Effect (SFE), cioè effetto del brillamento solare. Il brillamento a distanza di circa 40 ore dalla sua emissione ha generando tutta una serie di fenomeni che hanno influenzato alcuni strati della ionosfera (strato D e strato E che si trovano tra 70 e 100 km, e lo strato F tra 200 e 400 km di quota). La perturbazione iniziata alle ore 01.10 dell’11 settembre è caratterizzata da un intenso impulso iniziale. Nello stesso momento è iniziata anche una tempesta ionosferica caratterizzata da una forte diminuzione della densità elettronica ed un innalzamento dello strato ionosferico che ha alterato le ordinarie caratteristiche della ionosfera, riducendo il suo potere di riflessione delle onde radio che viene sfruttato da alcuni tipi di telecomunicazioni terrestri.
In particolare la tempesta ionosferica ha determinato un assorbimento delle onde radio corte ed è durata sino alle 19.45 circa.
Per maggiori info: Antonio Meloni 06.51860317 335-7725458 meloni@ingv.it

Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa INGV
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C.S. del 13 settembre 2005


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Ottavo meeting internazionale sulla geochimica dei gas

L’attività vulcanica non è fatta esclusivamente di tranquille colate di lava o di pirotecniche eruzioni di lapilli: si può manifestare anche e soltanto con emissioni di gas, vapori e altri liquidi a temperature più o meno alte. Alcune regioni in cui il vulcanismo è ormai estinto continuano ad essere caratterizzate, per millenni, da emissioni di gas e fluidi residui da bocche e fessure chiamate ‘fumarole’. Queste miscele si formano a causa delle infiltrazioni nel terreno di acque meteoriche che, venendo a contatto con le masse magmatiche ancora calde, si surriscaldano, migrando verso l’alto, e si arricchiscono delle sostanze contenute nelle rocce vulcaniche. I composti chimici che si riscontrano nelle fumarole sono soprattutto acqua, anidride carbonica, cloruri e solfati.
Questi aspetti particolari dell’attività vulcanica saranno trattati nell’ “8° Meeting Internazionale sulla geochimica dei gas”, che si svolgerà tra Palermo, Milazzo, le Isole Eolie e l’Etna dal 3 all’8 ottobre prossimo.
Il programma si aprirà il 3 ottobre con una relazione del professor Franco Barberi dell’Università di Roma Tre, sul ‘Rischio vulcanico nelle Isole Eolie’. Dopo due giorni di interventi presso l’aula conferenze della sede Ingv di Palermo (vedere il programma nella pag. : http://www.copernicus.org/ICGG8/index.html), le comunicazioni dei partecipanti continueranno il 6 e 7 ottobre a Milazzo, presso il Duomo antico, dove si parlerà anche di terremoti e degassamento naturale dei gas serra.
Ricco anche il calendario delle visite: il giorno 5 ottobre all’isola di Vulcano che ospita due vulcani attivi, ma a riposo da tempo: Vulcanello e Vulcano, detto anche La Fossa; quindi a Panarea, Lipari e ancora l’8 ottobre; per concludere, un’escursione al più grande vulcano attivo d’Europa, l’Etna.
Il workshop sarà caratterizzato dalla presenza di scienziati italiani e stranieri, Don Thomas, Università delle Hawaii, Honolulu, USA; Yuji Sano, Direttore dell’Ocean Research Institute di Tokyo, Boris Polyak della Russian Academy of Science solo per citarne alcuni.
“La geochimica dei fluidi si qualifica sempre di più come un potente strumento di monitoraggio non solo dell’attività vulcanica, ma più in generale della dinamica delle placche terrestri -spiega il direttore della sezione di Palermo dell' Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ( Ingv) Rocco Favara- . Il monitoraggio geochimico dell’attività vulcanica si basa sul fatto che il magma, mano a mano che risale dalle profondità della Terra verso le bocche delle aree vulcaniche, cala di pressione e degassa. Gas vulcanici come l' anidride carbonica, l' elio, l' idrogeno, i composti dello zolfo e svariati isotopi, sono raccolti e misurati in superficie con appositi sensori, capaci di riconoscere anche poche particelle significative mescolate a un miliardo di altre. Si ottengono così informazioni sulle condizioni fisico chimiche del magma, sulle sue interazioni con le rocce attraversate, sulla sua energia, sulla sua vicinanza alle bocche eruttive”. E' stato proprio grazie ai precursori geochimici e allo sviluppo dei nuovi modelli termodinamici che gli studiosi hanno potuto preannunciare, con giorni di anticipo, alcune recenti eruzioni dei vulcani siciliani, come quella dello Stromboli del 2002 2003 e l' ultima «eruzione silenziosa» dell' Etna del 2004 2005.
Il congresso toccherà anche altre tematiche estremamente attuali come le relazioni tra fluidi e terremoti o l’emissione naturale di gas serra dal pianeta terra – dice l’organizzatore dr. Francesco Italiano – Tali tematiche saranno trattate per due intere giornate di comunicazioni e dibattiti presso il duomo antico di Milazzo, cittadine della costa nord della Sicilia “circondata” dalle aree vulcaniche e sismiche più attive d’Italia: isole Eolie a nord, Etna a sud, Stretto di Messina ad Est e Golfo di Patti ad Ovest.
Il risultato in termini di partecipazione al congresso ci rende particolarmente soddisfatti, dati i numeri che un congresso di nicchia come quello della geochimica dei gas è riuscito ad esprimere: oltre cento comunicazioni, 17 paesi rappresentati e la disponibilità di tre riviste internazionali a pubblicare gli atti del convegno.

Per maggiori info: Rocco Favara 091.6809401 favara@pa.ingv.it
                        Franceso Italiano 091.6809411 italiano@pa.ingv.it


Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa INGV
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C.S. del 30 settembre 2005


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PREVISIONI DELLE CORRENTI MARINE PER IL MAR MEDITERRANEO

Come in meteorologia si fanno le previsioni meteorologiche, oggi è possibile produrre per il mare le previsioni oceanografiche.
Il Gruppo Nazionale di Oceanografia Operativa dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia è in grado di produrre previsioni delle correnti marine per l’intero Mar Mediterraneo e per il Mar Adriatico. Il sistema è stato sviluppato in progetti finanziati dalla Comunità Europea, dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e Ministero degli Affari Esteri. Le previsioni venivano fatte settimanalmente per i successivi 10 giorni, da Ottobre 2005 le previsioni vengono fatte ogni giorno per i 10 giorni successivi, in modo analogo a quanto viene fatto per le previsioni metrologiche che tutti quanti siamo abituati a utilizzare. Per il mare vengono previste le correnti, la temperatura e salinità dalla superficie fino al fondo del mare. Le previsioni sono accessibili sul sito www.bo.ingv.it/mfs dove ogni giorno viene pubblicato un bollettino aggiornato. Le previsioni per il Mare Adriatico sono a più alta risoluzione spaziale e sono disponibili sul sito web www.bo.ingv.it/adricosm.
La produzione delle previsione avviene utilizzando contemporaneamente tutti i dati disponibili sia da satellite che in situ e le simulazioni di un modello numerico. E’ così possibile prevedere la direzione e l’intensità delle correnti alle varie profondità, le variazioni di temperatura, del contenuto di sale e del flusso di calore all’interfaccia atmosfera oceano. Sono inoltre disponibili mappe dell’anomalia dei campi di temperatura e salinità rispetto alle medie tipiche del mese corrente per poter avere un riscontro immediato sulle eventuali anomalie del periodo considerato. Nel 2003 il sistema di previsioni oceanografiche dell’INGV è stato in grado di seguire le anomalie di temperatura della superficie del mare.
Come vengono prodotte le previsioni oceanografiche?
Si utilizza un modello numerico in grado di simulare i processi principali che guidano la dinamica dell’oceano e le simulazioni fatte col modello vengono poi corrette dalle informazioni che provengono dai dati o da satellite o presi direttamene in mare. Questo ci permette di avere una fotografia istantanea del Mare il più possibile vicino alla realtà per il giorno da cui si vuol cominciare a fare la previsione. Le previsioni vengono poi prodotte utilizzando il modello numerico che viene guidato alla superficie dai campi atmosferici provenienti dalle normali previsioni del tempo. Ogni giorno il ciclo si ripete e viene prodotta di nuovo un’istantanea il più accurata possibile dello stato del mare dal quale parte la previsione dei 10 giorni successivi.
I dati disponibili per il Mare sono sia dati da satellite, in grado di vedere la temperatura superficiale dell’acqua e di misurare l’innalzamento o l’abbassamento della superficie del mare dovuta alla distribuzione dei venti e della densità su tutta la colonna d’acqua. Il sistema di monitoraggio del mare prevede inoltre dati presi direttamene in mare come profili verticali di temperatura collezionati da navi cargo o traghetti. Un altro sistema di monitoraggio è offerto dalle boe ARGO che si spostano con la corrente a 350 metri di profondità e sono programmate per immergersi fino a una profondità programmata di 900 o 2000 metri, di campionare il profilo in verticale di temperatura e salinità e poi di trasmetterlo in tempo reale via satellite emergendo alla superficie. Nel Mare Mediterraneo al momento abbiamo 19 di queste boe funzionanti che coprono le differenti aree.
Sul sito web www.bo.ingv.it/mfs è possibile visualizzare anche quali e quanti di questi dati sono stati raccolti e utilizzati per fare la previsione. Il sistema di previsioni del Mare Adriatico raccoglie inoltre anche dati costieri di quali Temperatura e Salinità, i dati raccolti sono accessibili tramite il sito web www.bo.ingv.it/adricosm. La raccolta di dati in mare è estremamente problematica e grandi sforzi sono in essere per garantire un’adeguata copertura spaziale e temporale dei campionamenti. Gli utenti di questo sistema di previsioni sono fra gli altri le agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, la marina militare, compagnie private per l’ingegneria costiera, industrie petrolifere e istituti di ricerca.

Per maggiori info:Giovanni Coppini
Tel: 051.4151442
coppini@bo.ingv.it





Today it is possible to forecast the ocean just as it has long been done for meteorological weather.
Ocean forecasts for the whole Mediterranean Basin and in detail for the Adriatic Sea are made by the National Operational Oceanography Group at the Italian National Institute of Geophysics and Volcanology. The forecasting system has been developed in the frame of projects funded by the EU, the Italian Ministry of Environment and Territory and the Italian Ministry of Foreign Affairs. Every day a new 10-day ocean forecast is produced giving information about surface to bottom current intensity and direction, temperature and salinity values. The forecast bulletin for the Mediterranean Basin is disseminated every day at the URL: www.bo.ingv.it/mfs, while the detailed forecast for the Adriatic Sea is disseminated once a week at the URL: www.bo.ingv.it/adricosm.
All the available in situ and satellite data together with a numerical model are necessary in order to produce the forecast. With this procedure is possible to forecast the current intensity and direction, temperature and salinity field variability and heat flux exchange between atmosphere and ocean. Maps of temperature and salinity field anomaly are available in the bulletin in order to understand the characteristic of the considered day with respect to the mean value for the current month better. In 2003 the INGV system was able to forecast the summer warming of the Mediterranean Sea surface water.
How is the ocean forecast produced?
The simulation of the ocean fields made by a numerical model is corrected by the insertion of the information from all the available data in order to have a better estimation of the present sea state. The numerical model is run for ten days starting from the present sea state and forced by the atmospheric forcing produced by the weather forecasting system. Every day the procedure is repeated in order to have the best estimation of the present state and then a new 10-day forecast is produced.
Satellite data are available for the Mediterranean Sea able to measure the sea surface temperature and the variation of the sea surface elevation due to wind action and to the density of the whole water column. The data collected at sea are vertical temperature profiles measured through instruments launched from cargo vessels or ferries. There are also data of temperature and salinity measured by ARGO buoys which drift with the current at a depth of 350m. This kind of buoy can be programmed to dive to 900 or 2000m in order to measure the temperature and the salinity, and then come back at the surface and transmit through a satellite system all the information. At present there are 19 of these buoys in the various basins of the Mediterranean Sea.
All the kinds of data collected for the current day forecast are shown on the web page of the bulletin: www.bo.ingv.it/mfs. Costal data of salinity and temperature are used by the Adriatic Sea forecasting system and are available on the web page: www.bo.ingv.it/adricosm.
Much effort is necessary to collect marine data with an adequate spatial and temporal coverage of the basin.
Amongst the users of the ocean forecast are environment protection agencies, the Navy, private coastal engineering companies, oil companies and research institutes.


For further information please contact: Giovanni Coppini
Tel. +39 051 4151441 - coppini@bo.ingv.it





Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa INGV
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C.S. del 30 ottobre 2005


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Catastrofi geofisiche future: lezioni dal passato

383 terremoti, 50 dei quali erano sconosciuti al mondo scientifico; 22 tsunami; 860 tra città e siti colpiti in 19 Paesi del Mediterraneo. Questa è la sintesi dei fenomeni sismici descritti nel nuovo catalogo dei terremoti e tsunami del Mediterraneo medievale (Catalogue of earthquakes and tsunamis in the Mediterranean area, from 11th to 15th century), secondo volume di 1037 pagine, della mastodontica opera realizzata da Emanuela Guidoboni e Alberto Comastri (il primo volume, pubblicato nel 1994, pp. 504, descriveva terremoti e tsunami dell'area mediterranea dall’VIII secolo a.C. al Mille d.C.).
La grande novità e il valore di questi due volumi é di mettere a disposizione della ricerca geofisica, ma anche storica, filologica e sociale, le antiche testimonianze sui disastri sismici nelle lingue e negli alfabeti originali (latino, greco, ebraico, arabo, siriaco...), e di darne un’interpretazione scientifica direttamente utilizzabile, attraverso parametri numerici e cartografia tematica.
"Questi due volumi forniscono un contributo di grande importanza per la sismologia storica del Mediterraneo – osserva il professor Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) – Sono i risultati di un progetto avviato da INGV e SGA (Storia Geofisica Ambiente, di Bologna), basato sulla consapevolezza che le scienze della Terra non conoscono confini nazionali e che quindi le grandi catastrofi geofisiche del passato devono essere studiate con riferimento all'intera area geografica coinvolta e nel lungo periodo". Vi é dunque un evidente aspetto interculturale nella ricerca geofisica, che gli autori di questa opera - già noti alla sismologia internazionale – hanno realizzato anticipando le ricerche suscitate dal terremoto e dallo tsunami indiano del 26 dicembre 2004, e dimostrando quanto la storia sia di cruciale importanza per conoscere e prevenire i disastri naturali.

Per maggiori info: Emanuela Guidoboni
guidoboni@sga-storiageo.it tel: 051.333282






Three hundred and eighty-three earthquakes, 50 of which were unknown to the scientific world; 22 tsunamis; 860 cities and sites hit in 19 Mediterranean countries. This is a summary of the seismic phenomena described in the new Catalogue of earthquakes and tsunamis of the medieval Mediterranean area (Catalogue of Earthquakes and Tsunamis in the Mediterranean Area, from the 11th to the 15th century), the second volume consisting of 1,037 pages, of the monumental work put together by Emanuela Guidoboni and Alberto Comastri (the first volume, published in 1994, pp. 504, described the earthquakes and the tsunamis of the Mediterranean area from the 8th century BC to the year 1000 AD).
The major novelty and value of these two volumes is that of making available to geophysical research, as well as historical, philological and social research, the ancient testimonies of seismic disasters in the original languages and alphabets (Latin, Greek, Hebrew, Arabic, Syrian, etc.), and to provide a directly usable scientific interpretation, through numeric parameters and thematic cartography.
"These two volumes provide a massively important contribution to the historical seismology of the Mediterranean” states Professor Enzo Boschi, the President of the National Institute for Geophysics and Volcanology (INGV). “They are the result of a project started up jointly by INGV and SGA (History Geophysics Environment, based in Bologna), grounded on the awareness that the Earth Sciences do not recognise any national boundaries and that therefore the great geophysical catastrophes of the past must be studied with reference to the whole of the geographical area involved and over the long-term.” There is therefore an evident intercultural aspect in geophysical research that the authors of this tome – already well-known to international seismology circles – have developed, anticipating the research being performed in the wake of the Indian tsunami on 26th December 2004, and showing how crucially important History can be in recognising and even preventing natural disasters.



Sonia Topazio
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C.S. del 24 novembre 2005


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EMISSIONI GEOLOGICHE DI METANO IN ATMOSFERA

Una componente geofisica dimenticata tra le fonti dei gas serra
In questi giorni a Montreal si parla di riduzione di gas serra nell’ambito del Protocollo di Kyoto.
Ma proprio in questi giorni e’ stato reso noto uno studio che sottolinea un imperdonabile omissione: il metano di origine geologica.
Il metano (CH4) è uno dei maggiori gas serra responsabili dei cambiamenti climatici globali. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l’organismo mondiale preposto alla valutazione dei fenomeni riguardanti il riscaldamento del pianeta Terra, fornisce una lista dei processi di emissione e assorbimento che contribuiscono al bilancio atmosferico del metano a scala globale. Tale lista, sulla quale si basano varie decisioni e protocolli internazionali con implicazioni socio-economiche, riporta sorgenti biologiche di metano, ovvero dovute ai processi bio-chimici naturali di piante, animali e batteri, e antropogeniche, ovvero dovute all’attività dell’uomo (principalmente l'attività agricola e il trattamento e distribuzione dei combustili fossili). Le sorgenti geologiche, ovvero legate ai processi di degassamento naturale di metano dalla crosta terrestre, non sono considerate. Il motivo? Nessuno le aveva mai misurate, e sono state così considerate “trascurabili”.
Questo fino a qualche anno fa. Recenti studi condotti dall’INGV hanno evidenziato che l’emissione di metano dalla crosta terrestre è una componente non trascurabile delle attuali sorgenti naturali di gas serra. Una serie di studi coordinati da Giuseppe Etiope, geologo dell’INGV, iniziati nel 2001 in collaborazione con ricercatori americani e dell’est europeo, stanno fornendo risultati sorprendenti: la crosta terrestre emette quantità di metano paragonabili, se non superiori, alle quantità emesse da alcune sorgenti biologiche e antropiche. Una stima recente suggerisce infatti una emissione globale di metano geologico dell’ordine di almeno 40-60 milioni di tonnellate all’anno (contro una emissione totale annuale di 600 milioni di tonnellate). Cio' rappresenta la seconda sorgente naturale di metano, dopo le cosiddette "Terre umide" (le gradi paludi e acquitrini delle regioni boreali e tropicali; o "wetlands" per gli esperti del settore).
Le emissioni geologiche di metano si verificano principalmente nei bacini sedimentari delle aree petrolifere , attraverso i cosiddetti “vulcani di fango”, manifestazioni fredde della fuoruscita spontanea di sedimenti, acqua e gas (metano), e attraverso un invisibile ma diffuso degassamento dal suolo su vaste aree.
Gli studi sono stati condotti nelle aree petrolifere italiane (Sicilia occidentale, settore adriatico dell’Italia centrale) e dell’est Europeo (Romania). Nel 2003 un'equipe guidata dal Dott. Etiope ha misurato per la prima volta i flussi di metano dai più grandi vulcani di fango del mondo, situati in Azerbaijan, in prossimità del Mar Caspio. I risultati di questi studi convergono nell’indicare una emissione media annuale compresa tra 100 e 1000 tonnellate di gas per km2. In tutte queste aree l’emissione di gas è strettamente legata a strutture tettoniche attive (faglie) e sembra aumentare con l’attività sismica. Tale fenomeno è noto come “degassamento di terremoto” (earthquake degassing). A seguito di terremoti, i maggiori vulcani di fango si attivano ed eruttano violentemente enormi quantità di metano: in Azerbaijan alcune eruzioni hanno prodotto fino a centinaia di migliaia di tonnellate di metano in poche ore.
In aree particolari l’emissione di metano è testimoniata dai cosiddetti “fuochi perpetui”, fiamme che possono raggiungere il metro d’altezza e che si sviluppano naturalmente dal suolo a seguito di autocombustione del metano. Pur in assenza di manifestazioni superficiali, nelle aree petrolifere esiste comunque quasi sempre un flusso diffuso, “microscopico”, invisibile, dal suolo (detto “microseepage”); tale flusso può verificarsi su aree molto grandi e quindi la quantità totale di gas in atmosfera può risultare notevole. A ciò si deve sommare il metano emesso dai fondali marini, che ospitano la maggior parte delle riserve petrolifere del pianeta.
I risultati, pubblicati su riviste scientifiche internazionali, suggeriscono chiaramente che i processi geofisici di degassamento della crosta terrestre costituiscono una fonte enorme di metano per l’atmosfera e rappresentano quindi una componente ancora dimenticata del budget atmosferico dei gas serra.. E' stata nostra premura - commenta il Presidente dell’Ente, Enzo Boschi - informare di questo l'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) affinche' possa correggere le proprie tabelle.
Tutto ciò ha un significato estremamente importante: nel bilancio atmosferico del metano, così come è stato riportato finora, c’è qualcosa che non va: l’atmosfera sembra avere più metano “fossile” (ovvero metano derivato dai combustibili fossili e quindi originariamente geologico) di quanto ne emetta l’uomo attraverso l’attività di estrazione, raffinazione e distribuzione degli idrocarburi. Esiste cioè una “sorgente mancante” (nota in letteratura come “missing source”) di metano fossile, a cui nessuno ha mai dato una spiegazione esauriente. Le nostre ricerche suggeriscono che questa sorgente mancante è proprio quella geologica naturale: le cifre sono esattamente quelle necessarie a colmare il buco del bilancio.
Gli Stati Uniti stanno iniziando solo ora a pubblicare risultati analoghi.
Le emissioni geologiche di metano rappresentano quasi il 10% delle emissioni totali. Si tratta di una nuova voce da inserire nelle tabelle delle emissioni globali dei gas serra.
I risultati sono stati pubblicati su:
Etiope G. and Klusman R.W. 2002. Chemosphere, 49, 777-789.
Etiope G., Caracausi A., Favara R., Italiano F., Baciu C., 2002. Geoph.Res.Lett., 29, 8, 10.1029/2001GL014340.
Etiope G., Caracausi A., Favara R., Italiano F., Baciu C., 2003. Geoph.Res.Lett., 30, 2, 10.1029/2002GL016287.
Etiope G., Baciu C., Caracausi A., Italiano F., Cosma C. (2004). Terra Nova, 16, 179-184.
Etiope G. and Milkov A.V., 2004. Environmental Geology, 46, 997-1002.
Etiope G., Feyzullaiev A., Baciu C.L., Milkov A.V. (2004). Geology, 32, 6, 465-468.
Etiope G. (2004). Atmospheric Environment, 38, 19, 3099-3100.
Etiope G. (2005). Annals of Geophysics, 48, 1-7.
Etiope G., Milkov A.V., Derbyshire E. (2005). Global Planetary Changes, in press
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Every year, the Earth is injecting into the atmosphere about 50 millions of tons of methane (CH4), which is 23 times more efficient at trapping heat than carbon dioxide. In other words, our planet helps man to increase the greenhouse gases in the atmosphere.
The discovery of this natural and geologic contribution is due to researchers of the Italian Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) and it has been announced during the United Nations Climate Change Conference (COP 11 and COP/MOP 1; Montreal, Canada, 28 november – 11 december 2005).
“It is an important result which we have promptly communicated to the IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), in order to include these emissions in the next global methane emission inventory” says Prof. Enzo Boschi, president of INGV. “Our assessment of the amount of geological methane released from the lithosphere is the result of 5 years of field investigations and data review from various areas of the world” says Giuseppe Etiope, the geologist of INGV who coordinated the research. “So far, we have explored the main petroliferous areas of Europe and Azerbaijan, and we have observed significant fluxes of methane, from gas manifestations and from the soil, related to active faults, mud volcanoes and deep hydrocarbon reservoirs”.
These data are going to be included in the next European emission inventory (EMEP/CORINAIR), through a report commissioned by the NATAIR project, aimed at refining our knowledge of natural greenhouse gas sources. A first global estimate suggests that geological methane emission (50 millions tonnes per year) is of the same level of or higher than other sources or sinks considered in the IPCC inventory, such as biomass burning (40), termites (20), oceans (10), soil uptake (30). In terms of CO2-equivalent, the geological source would correspond to the emission of more than 200 millions cars.
“It represents the second most important natural methane source, after wetlands” says Etiope “and is about 14% of anthropogenic emissions; but it has never been considered adequately in the global inventories”.
These results show that geological sources, strictly controlled by geodynamic and tectonic processes, are not a minor source, as generally assumed in the past, but have a primary role in the atmospheric greenhouse-gas budget, and cannot be disregarded anymore in the next IPCC assessment reports.
Further informations: etiope@ingv.it
+39.06.51860394 - cellular: +39.3476196381



Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa INGV
06 51860543
topazio@ingv.it


C.S. del 29 novembre 2005


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GEOLOGICAL SEQUESTRATION

Montreal, Dicember, 2005
The National Institute of Geophysics and Vulcanology of Rome, Italy (in Italian: Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, INGV) helps improving the health of our Planet, by providing scientific research, monitoring and validation programmes on carbon dioxide (chemical formula: CO2) geological storage, which is the result of the injection of the main man-made green house gas in suitable deep geological structures.
According to the Special Report approved in Montreal last September by the Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), CO2 Capture and Storage (CCS) is an option in the portfolio of mitigation actions for stabilization of atmospheric greenhouse gas concentrations. INGV considers CO2 Geological Storage as one of the most practical emerging technologies for reducing human CO2 emissions to the atmosphere.
The wide implications of the exaustive 650 pages Special Report on CCS by IPCC will be discussed during the 11th Conference of Parties (COP-11) to be held in Montreal from November 28th to December 9th, 2005.
Today, power stations, cement factories, refineries and other heavy industry unwisely and massively emit too much CO2 to the atmosphere. Central heating and automotive transport emit CO2 too, all across the land. This gas is produced by the combustion of huge quantities of natural gas, oil and coal, all of which are fossil fuels. In the long term, all this will cause, and actually already started to cause, climatic changes at global level, including hurricane stenght increase, local desertification, glacier and permafrost melting, and sea level rise.
A solution comes from Earth itself, which is available to safely take back the fossil fuels main combustion product, once captured at large source points. CCS could represent up to 55% of the global effort to reduce CO2 emissions by 2100.
Professor Enzo Boschi, President of INGV, said “INGV actively participated to the 39.4 million Can$ Weyburn CO2 Monitoring & Storage Project, which is co-ordinated by the Petroleum Technology Research Centre (PTRC) of Regina, Saskatchewan, Canada. At the ageing Weyburn oil field, 5000 tons of CO2 are being injected daily since year 2000. The oil field, at the end of the current injection phase, will retain some 25 million ton of man-made CO2 practically for ever. The Weyburn field, infact, is able to retain 99.99% of the injected CO2 gas during the first 5000 years from the injection time”.
“Injecting CO2 in suitable deep geological structures is indeed possible and safe” -said Professor Boschi- “Additionally, CO2 is demonstrated to seal itself underground. In the long term, CO2 reacts with common rock-forming silicate minerals, and becomes a totally stable calcareous cement, or adsorbs on coal better than methane, sealing itself inside the coal”.
Professor Boschi added “INGV is looking into other technologies for CO2 geological storage, such as Enhanced Coal Bed Methane (ECBM) and CO2 injection in Deep Saline Aquifers (DSA). In particular, INGV is progessing talks with PRTC of Regina to jointly implement a world class research project on the ECBM potential of the Sulcis coal basin in the island of Sardinia, Italy. The ECBM Sulcis project will be carried out in co-operation with leading industrial companies, such as Independent Energy Solutions Srl, the first company in Italy for CO2 geological storage, and the local coal mine operator Carbosulcis Spa”.
For further information, call Roberto Bencini
CO2 Geological Storage Adviser to the President of INGV
Tel. (0039)06 45420060, cell. (0039)330 207443, e-mail: bencini@ingv.it

Sonia Topazio
Capo Ufficio Stampa INGV
06 51860543
topazio@ingv.it


C.S. del 12 dicembre 2005


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